Disco Will Never Die!

Parlavamo di questa sequenza nel post dedicato a “The Last Day of Disco” di Whit Stillman, addirittura trascrivendola integralmente. Ora grazie ai potenti mezzi del web 2.0 abbiamo modo di farvela sentire nella sua versione originale. Il monologo è assolutamente importante sotto molti punti di vista perchè al cinema, forse mai in maniera così compiuta, è capitato di ascoltare una riflessione così profonda su di fenomeno sociale che è stato (ma forse è ancora pur in forme ovviamente diverse ed aggiornate) così profondamente incisivo ed efficace – nella sua apparente superficialità – nel mutamento dei comportamenti sociali metropolitani (e non solo). Il tempo del tempo libero, contrapposto a quello del lavoro, iniziò ad assumere una valenza altrettanto importante nei modi di vita della classe media, la disco era innanzitutto un luogo dove apparire per essere e questo fu per anni un comportamento osteggiato da molteplici fronti, non avendo una cultura articolata a sorreggerla la Disco nel giro di poco entrò in crisi sbracando nel pop più becero. La nostra impressione è che oggi ciò stia capitando alla techno ed alla maggior parte dei generi “sintetici”, oggi però a fare da diga all’implosione c’è il Sistema dei DJ che attraverso la sua cultura impedisce la deriva (già in atto) alla massificazione omologata e (ancora) becera.

«La disco music non morirà mai, sopravviverà nella nostra mente, nel nostro cuore. Una cosa così bella, così importante, così unica non potrà morire mai. Le future generazioni la considereranno superata, fuori moda. Verrà travisata, messa all’indice, ridicolizzata o peggio… completamente ignorata. Rideranno di John Travolta, di Olivia Newton John, degli abiti di poliestere e delle scarpe con la suola alta, di questi gesti [fa uno scatto in stile Travolta “Saturday Night Ferver”]. Non andiamo vestiti così, ma amiamo lo stesso la disco, e chi non l’ha capita, non la capirà mai. La disco è stata molto di più, molto meglio di tutto questo. Il suo valore è stato troppo grande, ci ha divertito troppo per poter scomparire, un giorno o l’altro dovrà tornare e spero che quando succederà noi ci saremo… scusate ma oggi ho un colloquio di lavoro e cercavo di caricarmi, comunque le cose che ho detto le penso davvero.»

Dj Culture – Pet Shop Boys, 1991

 

Come andiamo ripetendo ormai da mesi, il concetto di DJ CULTURE è complesso perchè multi-sfaccetato ed articolato su diversi piani sia sociali, che culturali. Per trovare il coraggio di parlare di ciò di cui vogliamo parlare, spesso ci avvaliamo di parole d’altri, per cercare quell’autorevolezza che fatichiamo ad auto-assegnarci o forse semplicemente per continuare quell’esplorazione del concetto che, in relazione al cinema, è oggetto del nostro progetto (culturale).
Correva l’anno 1991 quando il duo britannico denominato Pet Shop Boys, composto da Neil Tennant e Chris Lowe, cantava una canzone intitolata DJ CULTURE. Le loro suggestioni, ormai "vecchie" di 16 anni, raccontano d’un mondo post-ideologico dove l’ideologia dominante è l’assenza di conflitto e dove l’edonismo di massa impera incontrastato. Suggestione o profetica visione? ed al solito: cos’è mai questa DJ CULTURE?
Più passa il tempo e più la risposta ragionevole ci pare possa essere: la contemporaneità nell’epoca del digitale (cet a dir: nell’era del campionamento d’ogni cosa).

DJ CULTURE – Pet Shop Boys, 1991

(Attention! Attention! Trente-neuf, quarante)

Imagine a war which everyone won
Permanent holiday in endless sun
Peace without wisdom, one steals to achieve
Relentlessly, pretending to believe
Attitudes are materialistic, positive or frankly realistic
Which is terribly old-fashioned, isn’t it?
Or isn’t it?

(DJ Culture) Dance with me
(DJ Culture) Let’s pretend
Living in a satellite fantasy
Waiting for the night to end
(DJ Culture DJ D)

Let’s pretend we won a war
Like a football match, ten-nil the score
Anything’s possible, we’re on the same side
Or otherwise on trial for our lives
I’ve been around the world for a number of reasons
I’ve seen it all, the change of seasons
And I, my Lord, may I say nothing?

(DJ Culture) Dance with me
(DJ Culture) Let’s pretend
Living in a satellite fantasy
Waiting for the night to end (DJ Culture)
(DJ Culture) Dance with me
(DJ Culture) Let’s pretend
Living in a satellite fantasy
Wondering who’s your friend (DJ Culture)

Now as a matter of pride
Indulge yourself, your every mood
No feast-days, or fast-days, or days of abstinence intrude

Consider for a minute who you are (consider/who you are)
What you’d like to change, never mind the scars (change)
Bury the past, empty the shelf (bury the past)
Decide it’s time to reinvent yourself (it’s time)
Like Liz before Betty, she after Sean
Suddenly you’re missing, then you’re reborn
And I, my Lord, may I say nothing?

(DJ Culture) (dance with me)
(DJ Culture) (dance with me)
Living in a satellite fantasy
Waiting for the night to end (DJ Culture)
(DJ Culture) Dance with me
(DJ Culture) Let’s pretend
Living in a satellite fantasy
Wondering who’s your friend (DJ Culture)
(DJ Culture) And I, my Lord, (une foix)
(DJ Culture) May I say nothing? (deux fois)
Living in a satellite fantasy
Waiting for the night to end (DJ Culture)

(Attention! Attention! Attention! Attention!)

OUTLAW DJ

outlawdj.jpg

Nuova puntata dedicata all’esplorazione della costellazione di elementi culturali che definiscono il ruolo e la figura del dj. Dopo il dj come artista e professionista… il dj che rompe le norme precostituite e gli schemi convenzionali, figura che mette a repentaglio l’ordine sociale. Dj… fuorilegge?!?

Tutti gli articoli dedicati all’argomento in questione li potete trovare nella categoria denominata “D JC U L T U R E” e sono:
Il DJ: artista e professionista >>> LINK
DJCULTURE slide >>> LINK
Dj culture. Definizione di un concetto >>> LINK


“Bisogna infatti guardarsi dall’introdurre un nuovo genere di musica come dal più grave pericolo, in quanto non si possono assolutamente modificare i generi musicali senza sconvolgere le leggi più importanti della città”.
>>> Platone, Repubblica

“Continuiamo ad ammassare i nostri corpi nei club, nei depositi e negli edifici che voi avete abbandonato e lasciato senza alcuna ragione e gli ridiamo vita per una notte. Una vita forte, deflagrante, che pulsa nella sua più pura, più intensa ed edonistica forma. In questi spazi improvvisati, noi cerchiamo di liberarci dal peso dell’incertezza di un futuro che voi non siete stati in grado di stabilizzare, noi cerchiamo di abbandonare le nostre inibizioni, e liberarci dalle manette e dalle restrizioni che avete messo in noi per la pace del vostro pensiero, noi cerchiamo di riscrivere il programma che avete cercato di indottrinarci, programma che dice di odiarci, di giudicarci, di rifugiarci nella più vicina tana, programma che dice persino di salire le scale per voi, saltare attraverso i cerchi e correre attraverso labirinti su ruote per criceti…”
>>> Rave or Die

Rave Party
Rave – dall’inglese – letteralmente “Delirio”

In senso più ampio sta ad indicare la voglia comune di svincolarsi da regole e convenzioni socialmente imposte, la ricerca di una libertà totale fisica e mentale che si esprime attraverso il ballo e anche attraverso il consumo di droghe. Ecco perché sarebbe forse più preciso definirli free parties: il termine free infatti non si riferisce soltanto al fatto che l’accesso a queste manifestazioni è [per lo più] gratuito, ma soprattutto al principio di totale libertà rispetto a qualunque regola o convenzione.
>>> Wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Rave_party

Il fenomeno dei rave party esplose in Inghilterra dopo che l’acid house dagli States approda sull’isola. L’appellativo acid fa riferimento specificamente al suono prodotto con la Roland 303 portato alla ribalta dal celebre brano Acid Tracks dei Phuture e in seguito proposto in numerosi dischi dell’epoca.

L’acid incontrò la dance per la prima volta sulle piste della scena gay newyorkese… ’America creò i dj e gli diede la musica. La Gran Bretagna, nella propria fertile club culture, gli diede una casa… Un nuovo tipo di musica incontro un nuovo tipo di droga e migliaia, e poi milioni, di giovani scoprirono un modo nuovo per divertirsi.
>>> Last Night a DJ Saved My Life: The History of the Disc Jockey – pp. 429-430

Tutto iniziò nel 1988, quella che alcuni oggi chiamano Estate dell’Amore [rievocando la Summer Of Love per antonomasia, quella del 1967], con eventi abbastanza spontanei organizzati da chi aveva in mano la scena acid house londinese. I rave britannici sono stati una sorta di derivazione delle serate nei club acid house con un potente elemento innovativo: un luogo nuovo era creato ogni notte per una notte. Predecessori dei rave acid house erano i warehouse party dei primi anni Ottanta da cui la scena rave acid house ereditò abili promoter, mappe dei possibili ritrovi illegali ed una rete di radio pirata che fornivano informazioni sui party attraverso messaggi cifrati.

Con la trascinante febbre di collettività dell’acid house, il dj si trovò ben presto al centro di eventi illegali di dimensioni impreviste, a celebrare la comunione dance di milioni di persone. I rave erano giganteschi eventi dance all’aperto, promossi e pubblicizzati per essere tenuti nascosti alle autorità, con grandi apparecchiature luminose e sonore montate furtivamente.
>>> Last Night a DJ Saved My Life: The History of the Disc Jockey – p. 435

Il fenomeno rave divenne d’interesse nazionale quando i tabloid britannici iniziano a diffondere notizie allarmanti su questi raduni mettendo enfasi sul consumo di droghe. L’allarme lanciato dai tabloid ebbe l’effetto perverso di attirare l’attenzione di un numero sempre maggiore di giovani da un lato; dall’altro il governo inglese conservatore iniziò ad approvare leggi che arginassero il fenomeno, inizialmente con scarsi risultati se non che i promoter, divenuti responsabili di attività illegali, iniziarono ad organizzare eventi del tutto gratuiti.

Nel 1992, durante un mega party di 25.000 persone tenuto a Castlemorton Common sulle colline del Worcestershire con un programma di 100 ore di techno e house al sound di tutti i system del paese, le forze dell’ordine fecero irruzione arrestando 13 membri degli Spiral Tribe, accusati di “cospirazione volta a provocare turbativa pubblica”.

Il governo Major varò nel 1994 il Criminal Justice Act, una serie di disposizioni legislative che imponevano il divieto di riunirsi senza autorizzazione in più di dieci persone all’interno di uno spazio pubblico eliminando il diritto di pubblica adunanza ed aumentando i poteri della polizia.

Il rave venne dichiarato illegale. Il rave venne definito un raduno notturno con la presenza di un numero maggiore di cento persone all’aperto in uno spazio aperto caratterizzato dalla presenza di musica, incluso il caso in cui il raduno venisse tenuto in spazi privato con la partecipazione del proprietario.
Il CJA definì legalmente la musica techno e house come “sonorità del tutto o prevalentemente caratterizzate dall’emissione di ritmi ripetitivi in rapida successione”.

Ciò contribuì a riportare la musica house nei club, al chiuso, dove non era definita illegale. Nel corso egli anni Novanta la scena si differenzia: da un lato la house ritorna nei club o si trasferisce in grandi eventi autorizzati, con sonorità e ambienti più commerciali ed elenganti; dall’altro si diffonde la jungle (drum’n’bass), più dura e incalzante e fortemente caratterizzata dall’illegalità: il primo genere black sorto integralmente in Gran Bretagna. Ma questa è un’altra storia. Torniamo al dj: questa figura di performer, intrattenitore e musicista si è trovata al centro di una cultura radicata nell’illegalità.

Per le realtà che ha incoraggiato, come le radio pirata, i rave e i festival (senza dimenticare l’enorme mercato delle droghe ricreative), è stata una reale forza di violazione della legge… Il dj ha una dote inviolabile, quella di trasformare gli individui in massa… Quando si accorsero del potere dell’azione collettiva nel creare intere città sorridenti per una serata, i dj acid house credettero davvero di cambiare il mondo. Se un dj fa bene il suo lavoro, ci deve essere un elemento di ribellione in quello che fa. Un dj dovrebbe sfidare l’establishment culturale anche quando si attiene alla legge. I primi dj delle radio erano visti come una pericolosa minaccia allo status quo dell’industria musicale… I migliori dj tentano sempre di allontanarsi da ciò che è sicuro e accettato. Questo implica quantomeno una costante ricerca di musica nuova… Il desiderio del dj di evangelizzare, il suo bisogno di convertire quante più persone possibile alla propria scelta musicale, può anche trasformarlo in un fuorilegge…
Ma ora che la club culture è una forza commerciale affermata in molte parti del mondo, per un dj è facile ottenere il successo semplicemente stando alle regole, senza assumersi alcun rischio. Quindi anche se l’arte del dj ha una ricca storia di sovversione, ci sono molti elementi che spingono i dj nella direzione opposta.
>>> Last Night a DJ Saved My Life: The History of the Disc Jockey – pp. 449-451

“Puoi entrare nel club o puoi restare fuori e mostrare il dito medio. Dipende solo da che dj vuoi essere”.
>>> Jonathan More dei Coldcut in Last Night a DJ Saved My Life: The History of the Disc Jockey – p. 451

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Riferimenti bibliografici:
Last Night a DJ Saved My Life: The History of the Disc Jockey (1999), di Bill Brewster e Frank Broughton
Edizione Italiana >>> URL

Il DJ: artista e professionista

  djs

Il nuovo ruolo socio-musicale esercitato dal DJ si associa da un lato alla valorizzazione del mix, trasformazione simbolica a cui si attribuiscono nuovi significati di carattere artistico. Dall’altro lato la trasformazione del DJ in produttore musicale gli ha permesso di fare ingresso nel mercato discografico, cosa che ha conferito un nuovo prestigio simbolico alla pratica del djing come professione.

In questo modo il DJ non è più concepito come semplice mediatore, come un attore intermediario che proietta l’ombra di arti artisti, bensì come un autore, capace di realizzare le proprie creazioni a partire da diversi materiali sonori che acquisiscono significati propri.

Questo processo ha trasformato la distinzione tradizionale tra ruoli creativi e ruoli tecnici, implicando un mutamento nello stesso concetto di musica. Così, per comprendere questi nuovi processi, bisogna abbandonare le categorie tradizionalmente utilizzate per definire il musicista, poiché sono divenute inappropriate nell’analisi delle nuove professioni musicali. Le professioni atistico-musicali cambiano definizione nel momento in cui si introducono nuove tecnologie produttive. Nel momento in cui nuove tecnologie si fanno strumenti creativi e se ciò viene socialmente riconosciuto si modifica la concezione tradizionale di cosa sia un musicista e, più in generale, un artista. Tale mutamento ha fatto sì che anche certe categorie meno visibili, come il DJ, abbiano raggiunto una posizione di maggior rilievo nel campo della creazione artistica.

Manifestazioni dell’ascesa della nuova professionalità artistica del DJ (e del DJ di musica techno in particolare):

1) Aumento del suo grado di visibilità sulla stampa musicale, dove crescono di numero e rilievo gli articoli che ne valorizzano le qualità artistiche. Un processo che è andato di pari passo con la progressiva visibilità che il DJ ha acquisito sugli annunci ed i flyer delle serate nei club e nelle discoteche.

2) Nascita di imprese dedicate al management e alla promozione di eventi dove si esibiscono i DJ. Progressiva professionalizzazione di queste pratiche.

3) Ampiamento degli spazi dove suonano DJ. Dai luoghi tradizionali come radio e discoteche il DJ si esibisce in musei, piazze e stazioni, music halls. Spazi tipicamente culturali si aprono a dj-set e live-set, conferendo a questo tipo di performance nuovo valore artistico.

4) La professione del DJ si articola in sessioni, in ‘set’. È un aspetto legato al processo di riconoscimento artistico del DJ, non più visto come figura stabile di una discoteca, ma come artista itinerante.

5) La proiezione itinerante della professione si è accompagnata con la presa di controllo del materiale artistico. Mentre prima era la discoteca a comprare i dischi, ora il DJ è proprietario dei dischi che suona, la sua materia prima creativa, che porta con sé ovunque si esibisce.

6) Il riconoscimento artistico ha comportato un miglioramento economico della professione del DJ, più remunerata.

7) Nascita di scuole per diventare DJ.

La professione artistica del DJ è manifesto di una nuova cultura. Si spezza l’ideologia per cui la tecnologia deprivi la produzione di musica della qualità creativa. La tecnologia è strumento artistico innovatore. La CULTURA del DJ esprime una propria idea di autenticità: la creazione si misura con la reazione del pubblico, la composizione non è anteriore all’attuazione ma scaturisce dall’interazione con chi ascolta. La performance del DJ è creazione di forme musicali dotate di un’aura unica, sentite come originali ed irripetibili, sempre diverse e legate all’istante in cui sono vissute dall’artista e dal suo pubblico.

Mónica Ruz Satorras, ART, TECNOLOGIA I NOUS PROCESSOS CREATIUS. EL CAS DELS DJ, in “Revista catalana de sociologia”, 10 (1999), pp. 133-149.

DJCULTURE slide

Dj culture. Definizione di un concetto

Defining DJ CULTURE

"Sono un dj. Sono quello che suono". David Bowie

DJ CULTURE?

Magazine, siti web e blog, radio e testi universitari ne parlano. Dj e club, clubbers e ravers, giovani ed ecstasy. Turntablism, mixing, breakbeat e scratching. Chicago house, Ibiza party, Detroit techno. Abbiamo la netta sensazione di averne esperienza.

Assumiamo che la DJ CULTURE esiste. Video 1: 4 febbraio 1999. Programma televisivo francese che attraverso un’ottima sintesi tratteggia quel che si potrebbe definire come ‘DJ CULTURE’.

Nelle comunità Afro-Americane durante i tardi anni ’60 e ’70 è emerso un modo di fare musica, un effervescente incrocio di stili soul, funk, hip-hop, dub e disco favorito dalla disponibilità di nuovi mezzi tecnologici: il mixer e del vinile 12’ extended mix. Si differenziano tecniche ed estetiche. Sorgono forme di aggregazione legate al ballo e alla figura del dj. Video 2: il piatto Technics 1200 turntable è considerato da molti teorici ed addetti ai lavori come la vera rivoluzione tecnologica alla base dell’arte del mixaggio.

Il dj è nucleo di una costellazione di valori, etichette, atteggiamenti. Il dj incarna una cultura. La dj culture ha i suoi spazi rituali: il club, la discoteca, il rave.
La cultura della musica elettronica, dance e non solo, si distacca dalla nozione di sottocultura giovanile legata alla distinzione di un gruppo: è più onnicomprensiva. Per alcuni versi, attraversa i confini di classe. I rave e i party illegali mostrano maggiore volontà di inclusione verso ‘il basso’. Ma non regge una generalizzazione. Esiste un gran numero di varianti della musica dance. Ognuna ha le sue strutture e regole.
Il concetto di dj culture ha senso se si assume la cultura della musica dance come non omogenea e molteplice. La cultura del dj attraversa distinzioni sociali ed etniche, ma pubblici differenti frequentano diverse serate e diversi eventi. La musica discrimina, così come la location, il prezzo dell’ingresso, il modo giusto per vestirsi.
La musica (acid)house e rave si è ramificata e contaminata sottilmente in tanti sottogeneri, scene, modi di produrre ed ascoltare. Difficile assumere UNA dj culture. È una realtà plurale.
La dj culture affonda le sue radici nei club in città così come nei rave party nascosti tra i boschi e nei festival all’aria aperta. Dai dancefloor estivi di Ibiza allo spiritualismo dei party Goa nutriti di valori antioccidentali.
Le musiche elettroniche, quelle suonate dai dj, sono centro di pratiche di aggregazione legate ai luoghi della loro esperienza collettiva e individuale.
Estetiche, tecniche e forme di socialità si intrecciano.
Nel circuito dei club, durante la transizione dalla disco music alla house, il DJ da selettore e manipolatore di dischi come era ancora in parte concepito, è stato riconosciuto a tutti gli effetti produttore e parallelamente il giradischi ha acquisito statuto di strumento musicale.
L’evoluzione della figura del dj ha posto nuovi valori. Il dj è l’artista di un suo mondo musicale. La musica elettronica del vivo dimostra che la vera arte risiede nel "mix". Il dj è un nuovo tipo di artista-autore per cui l’operazione di ‘SELEZIONE’ diventa fondamentale: crea musica in tempo reale mixando delle tracce musicali preesistenti, manipola e genera suoni con strumenti elettronici.
Video 3: Jeff Mills è da considerarsi uno dei maggiori esponenti dell’arte della selezione in ambito techno. ‘Exhibitionist’, DVD uscito nel 2004, è un filmato visualizzabile in tre differenti punti di vista che illustra meglio di molte parole il DJ mixing.

Il nuovo prestigio culturale che il dj ha acquisito negli anni Novanta si può collegare direttamente all’ascesa della cultura dei computer. Il DJ ne esemplifica la logica basata sulla selezione e sulla combinazione di elementi preesistenti. Il DJ mostra i potenziale di questa logica nella creazione di nuove forme artistiche. La selezione non è un fine in sé. L’essenza dell’arte del DJ sta nella capacità di mixare elementi selezionati in modo ricco e originale.
Il club, tempio del dj, ha saputo così evolversi dalla semplice funzione di discoteca offrendosi al pubblico come laboratorio di nuova musica. Nel corso degli anni Novanta la musica elettronica dance si è mossa oltre le convenzioni della club culture trovando altri spazi di fruizione, dai festival ai musei, ai grandi eventi dance nelle arene.
Video 4: il Sonar di Barcellona, un evento che dalla metà degli anni novanta ha scritto la storia della musica avanzata.

Il dj-produttore è prodotto.
DJ CULTURE significa che il dj è oggetto e prodotto culturale.
Le forme produttive emergenti nell’ambito delle musiche elettroniche dance hanno visto il riconoscimento di statuto artistico e sviluppato parallelamente un forte impulso commerciale.
Oggi i grandi eventi dove le star sono i dj sono simili ai concerti rock mentre la scena musicale elettronica si è caratterizzata in un primo momento come senza volto. L’industria coltiva uno star system parallelo a quello pop-rock mainstream e promuove grandi eventi simili a quelli pop dove la star è il dj.
Video 5: Il Sensation White è un evento dance annuale, al quale partecipano oltre ai più famosi DJs della scena mondiale, anche 40.000 persone rigorosamente vestite di bianco, ospitate dallo stadio Amsterdam ArenA. È regolarmente riproposto ad Amsterdam ogni anno, ma dal 2005 la ID-T, società organizzatrice leader nel campo, ha iniziato a pianificare l’evento anche in altre città europee, con il preciso obiettivo di estendere il "fenomeno Sensation" a tutto il mondo. (fonte Wikipedia. URL)

I dj sono marchi ed i frutti del lavoro promozionale si trasferisce su una serie di dischi, mentre i pubblici sviluppano precise aspettative. Questo entro un’industria nata con il manifesto ideologico dell’anonimato rappresenta un riconoscimento da parte dei proprietari delle etichette, dei promotori e di dj dei loro interessi economici.
Ma la disponibilità degli strumenti ad un costo accessibile alla massa vede l’industria del dj convivere con una galassia di produttori indipendenti. Ogni collettivo, produttore e dj è una cellula nella grande macchina cerebrale collettiva elettronica, di cui è una piccola ma influente sinapsi e menti affini proliferano sentendosi parte di un network globale di artisti o produttori culturali.
La musica elettronica, la cultura del club e tutto quello che vi ruota attorno hanno sperimentato uno sviluppo impressionante che ha trasceso i loro canali abituali, popolando, arricchendo e inserendosi in contesti molto diversi, come il cinema, la pubblicità, le comunicazioni, contaminando altre pratiche artistiche e in generale l’industria dell’intrattenimento.