Disco Will Never Die!

Parlavamo di questa sequenza nel post dedicato a “The Last Day of Disco” di Whit Stillman, addirittura trascrivendola integralmente. Ora grazie ai potenti mezzi del web 2.0 abbiamo modo di farvela sentire nella sua versione originale. Il monologo è assolutamente importante sotto molti punti di vista perchè al cinema, forse mai in maniera così compiuta, è capitato di ascoltare una riflessione così profonda su di fenomeno sociale che è stato (ma forse è ancora pur in forme ovviamente diverse ed aggiornate) così profondamente incisivo ed efficace – nella sua apparente superficialità – nel mutamento dei comportamenti sociali metropolitani (e non solo). Il tempo del tempo libero, contrapposto a quello del lavoro, iniziò ad assumere una valenza altrettanto importante nei modi di vita della classe media, la disco era innanzitutto un luogo dove apparire per essere e questo fu per anni un comportamento osteggiato da molteplici fronti, non avendo una cultura articolata a sorreggerla la Disco nel giro di poco entrò in crisi sbracando nel pop più becero. La nostra impressione è che oggi ciò stia capitando alla techno ed alla maggior parte dei generi “sintetici”, oggi però a fare da diga all’implosione c’è il Sistema dei DJ che attraverso la sua cultura impedisce la deriva (già in atto) alla massificazione omologata e (ancora) becera.

«La disco music non morirà mai, sopravviverà nella nostra mente, nel nostro cuore. Una cosa così bella, così importante, così unica non potrà morire mai. Le future generazioni la considereranno superata, fuori moda. Verrà travisata, messa all’indice, ridicolizzata o peggio… completamente ignorata. Rideranno di John Travolta, di Olivia Newton John, degli abiti di poliestere e delle scarpe con la suola alta, di questi gesti [fa uno scatto in stile Travolta “Saturday Night Ferver”]. Non andiamo vestiti così, ma amiamo lo stesso la disco, e chi non l’ha capita, non la capirà mai. La disco è stata molto di più, molto meglio di tutto questo. Il suo valore è stato troppo grande, ci ha divertito troppo per poter scomparire, un giorno o l’altro dovrà tornare e spero che quando succederà noi ci saremo… scusate ma oggi ho un colloquio di lavoro e cercavo di caricarmi, comunque le cose che ho detto le penso davvero.»

Zidane, un Portrait du 21e Siècle di Douglas Gordon e Philippe Parreno, 2006

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Zidane, un Portrait du 21e Siècle

Regia e Sceneggiatura: Douglas Gordon e Philippe Parreno; Fotografia: Darius Khondji; Montaggio: Hervé Schneid; Mixaggio: Tom Johnson; Musiche originali: Mogwai; Produzione: Anna Lena Films et Naflastrengir; Distribuzione: United International Pictures; Paese: Francia/Islanda; Anno: 2006; Durata: 90′.

“Dal calcio d’inizio al fischio finale. Madrid, Sabato 23 aprile 2005. Chi avrebbe potuto immaginare che nel futuro ci si potrà ricordare di questo giorno straordinario come d’una passeggiata in un parco. Faccia a faccia, il più vicino possibile, per il tempo più lungo possibile”. Con queste parole, sotto forma di didascalie a corredo dell’immagine, si aprono i 90 minuti di “Zidane, un Portrait du 21e Siècle”, straordinario documento d’arte audiovisiva in bilico fra il concettuale e l’agiografia di un mito contemporaneo.
Il film, realizzato dalla coppia di artisti composta da Douglas Gordon e Philippe Parreno, racconta l’intero svolgimento della partita del campionato spagnolo fra Real Madrid e Villareal che ha avuto luogo nell’imponente Santiago Bernabeu sabato 23 aprile 2005. La racconta però disinteressandosene completamente perchè il suo unico scopo è quello di pedinare con 17 telecamere ogni singolo movimento di Zinédine Zidane, componendone un ritratto che gioca con la durata reale dell’evento. L’operazione si ispira al documentario realizzato per la tv tedesca (trattasi della Germania dell’ovest) dal filmmaker tedesco Hellmuth Costard che nel 1970 riprese le gesta del leggendario George Best durante una partita fra il Mancester United ed il Coventry City (“Fußball wie noch nie”, conosciuto anche con il titolo “Soccer As Never Before”) e si innesta nel multiforme percorso artistico che i due quarantenni portano avanti singolarmente da qualche decennio. Rispetto al lavoro di Costard cambiano i mezzi di produzione dell’immagine e di registrazione e post-produzione del suono. Per l’immagine sono state utilizzate ben diciassette telecamere 35mm in alta risoluzione capaci di cogliere dettagli da una distanza che appare siderale e dirette dall’operatore Darius Khondji (celebre direttore della fotografia che vanta collaborazioni di primissimo piano, dal popolarissimo “Se7en” di David Fincher, passando per “Io ballo da sola” di Bernardo Bertolucci; ha lavorato con nomi del calibro di Alan Parker, Roman Polanski, Woody Allen e Sydney Pollack). Anche il suono è assolutamente stupefacente, capace di cogliere addirittura il rumore dei passi di Zidane sull’erba del Bernabeu. E’ proprio l’elemento sonoro a tessere fra loro i singoli istanti ed i differenti punti di vista in una trama del tempo reale, tutt’altro che “naturale” ma altresì artificiale. La dimensione extra-terrena, definibile come siderale, oltre a costituire un punto costante nella produzione artistica sia di Serrano che soprattutto dallo scozzese Douglas Gordon, è esplicitamente evocata nell’unico momento di distacco dai movimenti per il campo di Zizou. Quando finisce il primo tempo della partita vediamo una serie di fatti accaduti nel mondo, sulla terra, in quel sabato 25 aprile 2005, fatti piccoli ed eventi importanti che si consumano e scorrono davanti ai nostri occhi come uno spettacolo senza senso. Raccontati in pochi frame ed accompagnati dalla patètica musica dei Mogwai (patètico da intendersi come aggettivo volto a definire ciò che suscita commozione e compassione), a ricordarci che l’esistenza non ci appartiene e che tutto scorre incessante e senza senso. Quando le immagini ci portano a Najaf, fra le macerie di un attentato esplosivo che causò la morte di nove persone, fra il fumo e la gente ferita l’occhio scorge una maglietta con sopra scritto il nome Zidane. Fra queste immagini ne troviamo alcune che raccontano dei confini dell’universo conosciuto, ponendo l’intera operazione sotto la luce spazia e temporale d’un qui-e-ora congelato ed archiviato per i posteri d’un futuro siderale ed impreciso. Da qui il senso complessivo dell’operazione richiamato dal titolo, ritratto del XXI secolo, e dall’incipit didascalico che apre la pellicola: “Dal calcio d’inizio al fischio finale. Madrid, Sabato 23 aprile 2005. Chi avrebbe potuto immaginare che nel futuro ci si potrà ricordare di questo giorno straordinario come d’una passeggiata in un parco. Faccia a faccia, il più vicino possibile, per il tempo più lungo possibile”.
Come un presagio di quella che sarà la sua ultima partita, a pochi istanti dalla conclusione del match Zizou verrà espulso e lascerà il campo fra gli applausi. In questo film c’è tutto Zinedine Zidane, nel bene e nel male, con il suo strano modo di muoversi per il campo assorto in un silenzio oscuro ha illuminato quest’ultimo decennio di calcio, come una cometa luminosa lascia una scia che per anni e anni tutti potremo ancora ammirare e ricordare, ma nascondendo la sua reale natura, lontana e sfuggente.
E’ un film d’una struggente malinconia che prende la bocca dello stomaco.

Ha partecipato fuori concorso al Festival di Cannes 2006, è stato distribuito nelle sale francesi e nominato ai Cesar Awards (l’equivalente transalpino dei nostri David, o se si preferisce degli Oscar americani) nella categoria miglior documentario. Fra i produttori associati figura la torinese Fondazione Sandretto Re Baudengo, un poco di Italia per un’opera straordinaria.

>>>link:
http://www.uipfrance.com/sites/zidane/
http://www.cahiersducinema.com/article803.html

da SonarCinema 2007, musica per gli occhi, Digimag 26 luglio-agosto 2007

Awesome; I Fuckin’ Shot That! di Nathanial Hörnblowér, 2006

Inizio a pubblicare, in ordine sparso, alcune parti dell’articolo sul SonarCinema che ho redatto per Digimag n.26 (e-zine del portale Digicult) e che sarà disponibile online da lunedì 2 luglio.

DIGIMAG LUGLIO/AGOSTO: Lunedì 2 Luglio sarà online il nuovo numero doppio di Digimag 26, per il bimestre estivo di Luglio/Agosto. Come sempre tantissime le interviste, i report e gli articoli sul mondo dell’arte elettronica contemporanea. Da Kurt Hentschlager dei Granular Synthesis ai Transforma, da Mark Coniglio ai direttori del Sonar, da Sonia Cillari a Decoder, per arrivare al report completo del festival di Barcellona e ai consueti approfondimenti e riflessioni sui temi più attuali della cultura e delle arti digitali.

Awewsome

 Awesome; I Fuckin’ Shot That!

Regia: Nathanial Hörnblowér (aka Adam Yauch, aka MCA); Montaggio: Michael Boczon, Remi Gletsos, Phil Knowlton, Neal Usatin; Musica originale: Mike D, Doug E. Fresh, Adam Horovits, Money Mark, Adam Yauch; Cast: Beastie Boys, Mix Master Mike, Doug E. Fresh; Produttori: John Doran, Nathanial Hörnblower; Produzione: Oscilloscope Films; Distribuzione: THINKFilm; Paese: USA.; Anno: 2006; Durata: 90′.

Cinquanta videocamere Hi8, cinquanta punti di vista differenti dai quali osservare – dall’interno – il concerto che il 9 ottobre 2004 i Beastie Boys hanno tenuto al Madison Square Garden di New York. Il risultato sono 75 ore di girato condensati in 90 immersivi minuti di visione; unità di tempo e luogo restituita attraverso un punto di vista molteplice. Dietro lo pseudonimo di Nathaniel Hörnblowér si nasconde Adam Yauch, ovvero MCA, ovvero uno dei componenti del leggendario trio newyorkese ospite d’eccezione di questa quattordicesima edizione del Sonar. Un omaggio dunque, ma al contempo una notevolissima opera audiovisiva dotata d’una complessa struttura sia tecnica che sintattica.
Si ricostruisce l’evento dilatando la dimensione spaziale del punto di vista, alternando differenti visuali al contiuum costituito dal concerto. Quel che traspare è la voglia di comunicare una presenza nel reale, attraverso una prima parte che mette in scena la città di New York – vero cordone ombelicale del mondo BB – si scivola all’interno del Madison Square Garden sopra il quale come in un rito profano viene celebrata una strana festa di parole e musica. La scelta del punto di vista molteplice è in grado di dare centralità effettiva al ruolo attivo del pubblico, qui non inteso come semplice sparring partner dello show-man di turno ma come portatore d’un valore unico e irripetibile nel proprio unico punto di vista.
I differenti angoli di visione vengono fra loro letteralmente mixati e campionati come fossero beat musicali senza alcun freno inibitore nella ricerca sfrenata ed incessante di un campionario di effetti digitali che deformano-sgranano-alterano le spesso incerte immagini analogiche delle videocamere Hi8 utilizzate. L’estetica dell’opera si colloca all’estremo opposto dell’ultimo DVD-Live di Madonna (“Confession on tour”) dove all’immagine perfetta e super patinata si sostituisce l’underground d’una immagine sudata e partecipe.

In Italia lo si è visto ad Ottobre in occasione del Roma Film Fest, ma la premiere è avvenuta all’inizio del 2006 in quei del Sundance Film Festival. E’ reperibile in DVD attraverso il quale ci si può liberamente muovere fra le 50 immagini registrate dalle telecamere.

>>>link:
http://www.beastieboysmovie.com/
http://www.cinematical.com/2006/01/21/sundance-review-awesome-i-fuckin-shot-that/

The Last Days of Disco di Whit Stillman, 1998

The Last Days of Disco

(The Last Days of Disco di Whit Stillman, USA/1998, 113′)

Regia e sceneggiatura: Whit Stillman
Fotografia: John Thomas
Montaggio: Andrew Hafitz e Jay Pires
Responsabile casting: K. Barden, B. Hopkins e S. Smith
Scenografie: Ginger Tougas
Architetto-scenografo: Molly Mikula
Arredatore: Lisa Nilsson
Costumi: Sarah Edwards
Aiuto regista: Cas Donovan
Anno: 1998
Durata: 113′

Interpreti: Chloë Sevigny (Alice Kinnon), Kate Beckinsale (Charlotte Pingress), Chris Eigeman (Des McGrath), Mackenzie Astin (Jimmy Steinway), Matt Keeslar (Josh Neff), Robert Sean Leonard (Tom Platt), Jennifer Beals (Nina Moritz).

In & Out, dentro e fuori, essere accettati o rifiutati, ritrovarsi integrati o esclusi, altro grande gioco esistenziale, esercizio sadico praticato nei primissimi Anni Ottanta nella discoteche eleganti di New York dove gli aspiranti clienti venivano selezionati, entravano o restavano fuori a seconda della bellezza, dello stile personale o dell’umore degli addetti all’ingresso, è simbolicamente al centro di The Last Days of Disco, molto spiritoso, divertente, e con bellissima musica. Il regista-produttore-scrittore Whit Stillman, nato a Washington, figlio d’un funzionario politico del partito democratico, laureato a Harvard, europeizzante, conclude con questo film una trilogia sulla vita giovanile e notturna, sui ragazzi borghesi in carriera di giorno e in discoteca di notte, sugli Anni Settanta-Ottanta, iniziata con Metropolitan (1990) e con Barcelona (1994).Nel suo stile scintillante, leggero e amaro, The Last Days of Disco racconta d’un gruppo di amici non tanto amici, delle loro difficoltà d’amore e di lavoro, dell’incanto esercitato su di loro dalle grandi discoteche, “spazi enormi dove si poteva ballare dopo la desolazione dell’Università”, dalla musica e dalle nervose felicità della notte. Insieme con la disco music e le discoteche, il film rievoca la cultura effimera e sarcastica dell’epoca: la passione per il trash, le collezioni “di prime edizioni delle storie di zio Paperone”, le piccole sciocche filosofie (“uno apprezza le cose solo quando si accorge di non averle”, “sento che è il momento di voltare pagina”, “non potrei mai amare una ragazza che dicesse la parola “caro””), le mode crudeli (“bevi vodka? tutti bevono vodka, ordinare vodka è terribile, comune”), i legami neppure tanto sotterranei fra discoteca e criminalità con interventi rovinosi di polizia ed ispettori fiscali, l’estasi delle notti in cui si ha l’impressione di piacere a tutti. Appena un poco stucchevole, il film molto carino è interpretato da Jennifer Beals (solo un’apparizione della star della disco music e di Flash Dance) e da ragazzi giovanissimi pure loro carini, Chloe Savigny (già vista nel terribile Kids), Kate Beckinsale, Chris Einseman, Mackenzie Astin. Si conclude con malinconia e con previsioni sbagliate: “La discoteca è morta, finita”.
Lietta Tornabuoni, La Stampa, 21 Novembre 1998.

La sequenza conclusiva del film racchiude il dialogo più bello di tutto il film che vi proponiamo integralmente. A quanti altri generi e sottogeneri della musica da ballo lo si potrebbe applicare.

x – La nuova gestione non ha funzionato. Sono arrivati al punto di pagare della gente che se ne stesse fuori dal locale a far vinta di voler entrare. La discoteca è morta! finita! La gente non esce più come prima, è stanca. Chi è malato, chi è fatto. I locali non hanno chiuso solo per le soffiate alla polizia. […] Ho un’amica alla Casablanca Record and Tapes che mi ha detto che sono circa due mesi che le vendite della musica da discoteca sono calate. Così… all’improvviso, chiusa… morta.

y – Dio che tristezza.

z – Diventiamo vecchi, abbiamo vissuto un periodo che è… finito. E’ morta una parte di noi.

k – La disco music non morirà mai, sopravviverà nella nostra mente, nel nostro cuore. Una cosa così bella, così importante, così unica non potrà morire mai. Le future generazioni la considereranno superata, fuori moda. Verrà travisata, messa all’indice, ridicolizzata o peggio… completamente ignorata. Rideranno di John Travolta, di Olivia Newton John, degli abiti di poliestere e delle scarpe con la suola alta, di questi gesti [fa uno scatto in stile Travolta “Saturday Night Ferver”]. Non andiamo vestiti così, ma amiamo lo stesso la disco, e chi non l’ha capita, non la capirà mai. La disco è stata molto di più, molto meglio di tutto questo. Il suo valore è stato troppo grande, ci ha divertito troppo per poter scomparire, un giorno o l’altro dovra tornare e spero che quando succederà noi ci saremo…. scusate ma oggi ho un colloquio di lavoro e cercavo di caricarmi, comunque le cose che ho detto le penso davvero.

Milano calibro 9 di Fernando Di Leo, 1972

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By Cinemino

Milano calibro 9 (Italia, 1972)

Regia e sceneggiatura: Fernando Di Leo
Soggetto: tratto dal racconto «Stazione Centrale ammazzare subito» scritto da Giorgio Scerbanenco (contenuto nella raccolta di racconti che dà il titolo al film)
Musica originale: Luis Enrique Bacalov
Fotografia: Franco Villa
Montaggio: Amedeo Giomini
Interpreti principali: Gastone Moschin, Barbara Bouchet, Frank Wolff, Mario Adorf, Philippe Leroy, Luigi Pistilli, Ivo Garrani, Lionel Stander
100′

Trama
Uscito di prigione dopo avere scontato una pena per rapina, Ugo Piazza viene aggredito da «L’americano», per cui faceva traffico di valuta, che lo sospetta di avere trattenuto per sé 300’000 dollari che gli erano stati affidati. Poiché Piazza nega, «L’americano» decide di riprenderlo con sé per poterlo controllare…

Il film
Vorticoso ed elaborato «noir», forse il migliore italiano di sempre, ispirato a un breve racconto di Giorgio Scerbanenco (uno tra i più considerati scrittori di letteratura noir, vero nome Vladimir, Kiev 1911 – Milano 1969) contenuto nella raccolta da cui Di Leo prende il titolo per il suo film. Sorretto da un cast di grandissimo livello,
Milano Calibro 9 è fedelissimo, se non al racconto (Di Leo stesso ammette di avere preso una sua strada rispetto a ciò che aveva scritto Scerbanenco), alle atmosfere proprie dello scrittore milanese d’adozione.

Da quando Ugo Piazza esce dal carcere, allo spettatore non viene più dato tempo per riflettere. Ogni personaggio sembra avere una sua strategia che muta, necessariamente, di continuo mentre i colpi di scena si susseguono scanditi da un tempo che ha tutto il sapore di un conto alla rovescia verso qualcosa che non sappiamo. La costruzione dei personaggi, che tradiscono il loro essere attraverso pochi ma efficacissimi segnali (un tic, uno sguardo, una frase), è segno di un talento non comune, di una capacità introspettiva che è propria del regista e che si può notare anche nei suoi episodi minori. La corsa verso il finale, nerissimo e imprevedibile, ci lascia senza fiato e ci coglie di sorpresa. Impossibile non osservare come Di Leo riesca con rara efficacia a trasporre nel giallo metropolitano elementi del cinema western più strutturato.
Ottime le interpretazioni, con gli strepitosi Gastone Moschin e Mario Adorf (doppiato dallo scomparso Stefano Satta Flores), Frank Wolff, Philippe Leroy, Lionel Stander e con una Barbara Bouchet “femme fatale” mai così in parte.

Prima opera di una trilogia che comprende La mala ordina (1972) e Il boss (1973).

Fernando Di Leo

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Fernando Di Leo
by Cinemino

Fernando Di Leo (San Ferdinando di Puglia 1932 – Roma 2003) inizia a lavorare nel cinema come sceneggiatore di numerosissimi film come i coevi: Una pistola per Ringo (1965), Il ritorno di Ringo (entrambi diretti da Duccio Tessari), Per un pugno di dollari (1964, Sergio Leone), Per qualche dollaro in più (1965, sempre di Sergio Leone) per i quali non viene accreditato (né, spesso, pagato) nonché decine di altri.
Di
Tempo di massacro (1966, regia di Lucio Fulci) è anche autore del soggetto. In queste sceneggiature, più strutturate del solito, Di Leo inserisce elementi psicologici e culturali che fino ad allora erano stati trascurati da un genere che veniva considerato e trattato come «di consumo». Il suo debutto come regista avviene nel 1963 con l’episodio Un posto in Paradiso del film Gli eroi di ieri… oggi… e domani… che nel titolo cita il famosissimo Ieri, oggi, domani (dello stesso anno e anch’esso a episodi) di Vittorio De Sica. Segue il dramma bellico Rose rosse per il führer in cui è impossibile non notare l’antimilitarismo del regista.
Nel 1969 dirige il dittico
Brucia, ragazzo, brucia e Amarsi male, entrambi pr odotti dalla Ferti (società di produzione di Fernando Di Leo e Tiziano Longo). Il primo, che tratta del piacere femminile, viene sequestrato per oscenità mentre il secondo, che nelle intenzioni
dovrebbe approfondire i temi del precedente, appare meno riuscito e va incontro a un insuccesso al botteghino.

I ragazzi del massacro (1969), tratto anch’esso come Milano Calibro 9 da Scerbanenco, è un film sul sottobosco della delinquenza giovanile di Milano e periferia.
Un gruppo di ragazzi stupra (una tra le violenze carnali più disturbanti viste al cinema) e uccide la sua insegnante. Il commissario che indaga cerca di capire chi possa nascondersi dietro questo atto. Il film mette in evidenza lo stile personale del regista.
La bestia uccide a sangue freddo del 1971 è una pellicola girata su commissione sull’onda del successo ottenuto in quegli anni da Dario Argento (1) e considerato poco riuscito dallo stesso Di Leo.
È dell’anno seguente Milano Calibro 9 che, unitamente al già citato
I ragazzi del massacro e a La mala ordina del 1972, è parte integrante di un’ideale trilogia sulla Milano di Scerbanenco (2).
Nel 1973, il regista compie la sua terza incursione nel cinema drammatico-erotico, visto dalla parte della donna, con
La seduzione, storia di un uomo sedotto sia dalla sua ex compagna, Lisa Gastoni, sia dalla figlia adolescente di lei, Jenny Tamburi. La caratteristica di tutti i film del genere firmati da Di Leo, e contrariamente a tutti i film del genere dell’epoca, è che affidano alla donna, con i suoi desideri, il ruolo di protagonista, lasciando all’uomo la parte del comprimario.

Nel 1973, Di Leo torna alle amate atmosfere noir con Il Boss che, come racconta Nocturno, vive una disavventura giudiziaria dai toni piuttosto esilaranti in quanto il ministro democristiano per i rapporti con il Parlamento, Giovanni Gioia, si sente in qualche modo diffamato dal film e ne chiede il sequestro ritirando poi, in un secondo tempo, la denuncia.
Nel 1974, a differenza dei «poliziotteschi» in voga all’epoca, in
Il poliziotto è marcio (grande titolo che gli costa quasi un nuovo sequestro) l’agente Luc Merenda (attore francese specializzato in ruoli di tutore della legge senza macchia e senza paura) appare dapprima come un eroe e poi viene mostrato per quello che davvero è, un uomo al soldo della malavita.
Colpo in canna (1975) e i coevi I padroni della città e Gli amici di Nick Hezard (1976) spingono più sul pedale della commedia.

Soprattutto I padroni della città, forse il più riuscito con il suo ritratto del sottobosco della malavita romana e con il personaggio di Vittorio Caprioli, «Napoli», borseggiatore della vecchia generazione. Sorretto da una solida sceneggiatura e da alcune mirabili interpretazioni, il film presenta scene d’azione efficaci e un finale (una caccia al topo in una fabbrica abbandonata) che tiene lo spettatore con il fiato in gola. Dal canto suo, Gli amici di Nick Hezard è chiaramente ispirato a La stangata (The Sting, 1973, di George Roy Hill) ma la sua povertà produttiva e l’inadeguatezza del protagonista contribuiscono a renderlo un film poco riuscito.

Avere vent’anni (1978), ultimo capitolo del regista sul desiderio femminile, pare non sia stato visto da nessuno nella sua forma originale (3), almeno fino alla pubblicazione del DVD da parte di Raro Video e Nocturno, a causa dei sequestri e dei successivi rimontaggi che fanno sì che sia circolato in più versioni. Nel film, interpretato dalle due stelline della commedia erotica del tempo Gloria Guida e Lilli Carati, due ragazze viaggiano avventurosamente per l’Italia e verranno punite con una morte terribilmente violenta proprio per la loro ostentazione (per l’epoca) di indipendenza e per la loro consapevolezza nella ricerca del piacere.

Negli anni ‘80 Di Leo affronta come molti altri la crisi del cinema di genere e si barcamena con pellicole di minor valore ma in cui è possibile notare l’immutatezza del suo tocco d’autore: Razza violenta, avventuroso costruito sul modello di Rambo, la serie televisiva in sei epidosi L’assassino ha le ore contate, destinata a Raiuno ma mai trasmessa per problemi tra produttore e televisione nazionale, e il suo ultimo Killer Vs. Killers (1985) di cui, come dice Di Leo stesso, il produttore non chiese mai la nazionalità e che quindi è circolato solo all’estero.
Fernando Di Leo è scomparso a Roma il primo dicembre del 2003.

Note:

(1) L’uccello dalle piume di cristallo (1970), Il gatto a nove code, 4 mosche di velluto grigio, entrambi del 1971, sono grandi successi commerciali di Dario Argento, che hanno dato il via a una lunga serie di gialli italiani che, tentando di emularne le atmosfere e più semplicemente richiamandone i titoli, tentavano di ripeterne il successo.

(2) Se nei titoli di testa di Milano calibro 9 si legge che il film è tratto da Scerbanenco (ma è in realtà solo ispirato a un suo racconto), nel caso de La mala ordina non c’è alcun riferimento allo scrittore malgrado il film tragga spunto proprio dal racconto Milano by calibro 9, che curiosamente dà il titolo al (quasi) omonimo film di Di Leo, ispirato invece dal racconto Stazione Centrale: ammazzare subito.

(3) Gran parte dei titoli di Di Leo sono ora disponibili in DVD presso Raro Video.

Filmografia di Fernando di Leo

Killer Contro Killers (1985)
Razza violenta (1984)
Vacanze per un massacro (1980)
Avere vent’anni (1978)
Gli amici di Nick Hezard (1976)
Diamanti sporchi di sangue (1977)
I padroni della città (1976)
La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori (1975)
Colpo in canna (1974)
Il poliziotto è marcio (1974)
Il boss (1973)
La seduzione (1973)
La mala ordina (1972)
Milano calibro 9 (1972)
La bestia uccide a sangue freddo (1971)
I ragazzi del massacro (1969)
Amarsi male (1969)
Brucia, ragazzo, brucia (1969)
Rose rosse per il Führer (1968)
Gli eroi di ieri, oggi, domani (1964)

Bibliografia su Fernando di Leo
Il mensile
Nocturno si è occupato in più occasioni di Fernando Di Leo. È consigliata la lettura del dossier Calibro 9 – Il cinema di Fernando Di Leo che contiene, oltre a una lunghissima e accuratissima intervista, schede sui suoi film divisi per argomento o periodo nonché una serie di annotazioni che ne contestualizzano l’opera.
(Nocturno 14, settembre 2003, Cinema Bis Communication s.r.l., Gorgonzola – Milano)

Human Traffic di Justin Kerrigan, 1999

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HUMAN TRAFFIC

(Human Traffic, UK-Ireland/1999, 99′)

Regia e sceneggiatura: Justin Kerrigan
Montaggio: Patrick Moore
Fotografia: David Bennett
Musiche originali: Mathew Herbert e Rob Mello
Supervisore alle musiche: Pete Tong
Scenografie: David Buckingham
Costumi: Claire Anderson
Make Up & Hair Design: Tony Lilley
Responsabili casting: Sue Jones e Gary Howe
Produttori associati: Rupert Preston e Arthur Baker
Co-produttori esecutivi: Michael Wearing, Nigel Warren-Green e Kevin Menton
Produttore esecutivo: Renata S. Aly
Produttori: Allan Niblo e Emer McCourt per Fruid Salad Films
Anno: 1999
Durata: 99′

Premi:
Golden Hitchcock (Justin Kerrigan) @ Dinard British Film Festival 1999
Best Director & European Cinema Award (Justin Kerrigan) @ Thessaloniki Film Festival 1999
Best Camera (Dave Bennett) – Best Director (Justin Kerrigan) – Best Drama (Allan Niblo) @ BAFTA Wales Awards 2000
Jury Prize (Justin Kerrigan) @ Bermuda International Film Festival 2000
Special Prize of the Jury for Best European Feature (Justin Kerrigan) @ Brussels International Film Festival 2000

Interpreti: John Simm (Jip), Lorraine Pilkington (Lulu), Shaun Parkes (Koop), Danny Dyer (Moff), Nicola Reynolds (Nina), Dean Davies (Lee), Justin Kerrigan (Ziggy Marlon).

La scheda del film su IMDb

Il venerdì notte – il week-end – come luogo e rito allo stesso tempo. Il Club, la discoteca diventa punto nevralgico d’una generazione intera. Rito e rituale le parole attorno alle quali osservare questa commedia divertente (a tratti decisamente stupida) e piena di trovate di regia.
Se da una parte la serata serve per dimenticare tutti i problemi della settimana, dall’altra questi pensieri riaffiorano sottoforma di paranoie spinte nella mente ad una pressione ancora maggiore. E’ forse proprio in questo distonico movimento consapevole che risiede il fascino di questo rituale. Una specie di terapia di gruppo svolta con l’ausilio dell’MDMA, che del resto fu sintetizzato come sostanza per le terapie di gruppo (di coppia in particolare).

“E’ un mondo pazzo, ma sono fiero di farne parte” dice Jip citando Berlitz nella conclusione del film.

Esordio alla regia dell’allora venticinquenne Justin Kerrigan, che dopo questa pellicola non ci risulta abbia fatto più alcunchè in ambito cinematografico. Un paio di notazioni prima di passare la parola ad altro: compare nel film con un piccolo ruolo il mitico top dj Carl Cox, le musiche supervisionate dal leggendario Pete Tong sono state realizzate da Rob Mello e Mathew Herbert, due dj (soprattutto il secondo) che negli anni successivi al presente lavoro faranno parecchia strada nel gotha della musica elettronica europea e mondiale.

Riportiamo un articolo sul film, con annessa intervista, tratto dal sito Expanded Cinemah e reperibile al seguente URL

È arrivato l’uragano human traffic, il ritratto dell’ultima generazione, più giovane di quella di Trainspotting, ancora una generazione chimica, impasticcata, balorda, cui non mancano pensieri profondi, con i soliti problemi dell’adolescenza, i primi incanti della vita, il lavoro o più che altro la disoccupazione, il sesso come termometro di ogni giornata, le prestazioni amorose con i precisi dettagli anatomici al centro di ogni piccola discussione, il gergo infarcito di parolacce e lo sballo, obbligatorio, di ogni fine settimana, che permette di abbandonare l’odiato lavoro per rintracciare, nella perdita dei sensi, l’espansione della coscienza, la totale comunicazione con gli amici come con gli estranei. Luogo d’elezione sono il pub con i suoi fiumi di birra e la discoteca, col battito devastante della musica, lo scratching sul vinile.
Il regista Justin Kerrigan ha soltanto venticinque anni, e, grazie al premio (soldi destinati al film successivo) ricevuto all’International Film Festival del Galles per il cortometraggio Portrait of a Director (Ritratto di un regista), ha girato quest’opera dallo stile devastante. Bastano, infatti, pochi minuti, per capire, che il linguaggio di Kerrigan è basato sulla velocità del montaggio, sulle deformazioni ottiche di primi piani nei quali i protagonisti si rivolgono direttamente alla macchina da presa e quindi al pubblico.
I riferimenti di Kerrigan (lui cita anche Woody Allen) sono chiarissimi. Una sorta di miscela tra Spike Lee e Quentin Tarantino. Kerrigan, tuttavia, non costruisce storie particolari: non ci sono rapine né criminali, non c’è razzismo. In primo piano sono i conflitti interni dei protagonisti, la paranoia quotidiana dilagante, la mancanza di senso delle loro vite, con gli adulti colpevoli e responsabili di una società fondata su forme di lavoro frustranti, umilianti, che annullano penosamente l’eccitazione creativa degli adolescenti. Alla fine i due milioni e passa di disoccupati possono considerarsi dei privilegiati, perché il loro stato li sottrae dai lavori da schiavi. Sono molte le sequenze indimenticabili: il balletto del fast food, con gli impiegati, tutti giovanissimi e in divisa, che si muovono in una danza nevrotica, come dei robot in una catena di montaggio; la sodomizzazione non tanto simbolica da parte del superiore ai danni di uno dei protagonisti (riferimento autobiografico, Kerrigan è stato commesso in una jeanseria) tra i pantaloni e i vestiti del negozio di abbigliamento dove lavora; l’inno nazionale britannico trasformato in canzoncina contro l’ipocrisia del paese.

Conferenza stampa con Justin Kerrigan (Regista), Shaun Parkes (Attore) Allan Niblo e Renata Aly (Produttori), Patrick Moore (Montatore)

Il tuo film è chiaramente un documento generazionale straordinario. Quanto è importante l’ironia nel trattare temi scottanti come la droga?
Justin Kerrigan: “La questione sulla droga non è la mia opinione, ma ciò che succede alla gente oggi. È un film basato, comunque, moltissimo sull’amicizia”.

Il film è stato mostrato in UK?
Renata Aly, Shaun Parker “Abbiamo avuto molte recensioni positive: La paranoia di questi gruppi di ragazzi è un dato di fatto, come quello che la gente lavora tutta la settimana per sfogarsi nel week end, ma è un fatto che riguarda anche le altre generazioni.”

Cosa ne pensate della velocità di diffusione che sta ottenendo il film?
Allan Niblo: “Penso che la musica condizioni moltissimo la diffusione dei film, i temi giovanili, i loro problemi sono affrontati in modo diverso, più naturale ed autentico rispetto alla maniera scontata e banale della maggior parte di magazines. Purtroppo i media trattano le droghe in modo completamente diverso, solo per un fatto economico. Sugli alcolici lo Stato non dice niente perché incassa miliardi”.

Sarete come i genitori descritti nel film quando avrete quarant’anni?
Tutti: “Forse sì”.

La paranoia è molto reale, così come i problemi delle esperienze sessuali, sembra quasi che non ci sia una via d’uscita, la paranoia è dentro i personaggi.
Justin Kerrigan: “L’inno inglese trasformato ci dice, infatti, come ciascun inglese dovrebbe comportarsi abbandonando le ipocrisie quotidiane. La paranoia è un fenomeno diffuso, ma rispetto ad altri film – prendi Trainspotting, l’assunzione di droga lì provocava degli eventi terribili come la morte di un bambino – il centro di Human Traffic è sì la paranoia giovanile, ma le conseguenze non sono mortali, e si percepisce che l’assunzione di droghe sarà comunque un fatto temporaneo per i protagonisti, un momento che riusciranno a superare attraverso l’amore e l’amicizia”.