Sonorizzazioni estive @ VFF

@ VOLCANO FILM FESTIVAL . festival del cinema artigiano dal 6 al 10 agosto 2008

Torre Archirafi, Riposto, Catania. www.volcanofilmfestival.net

Dillinger è morto sarà presentato in versione live il giorno 8 agosto alle ore 1.00, presso il Palazzo rosso di Archi. A seguire djset by K Loud (aka CL. Audio, Machine Jockey/Ita) & vjset by ilcanediPavlov!

Milano calibro 9 – remixed sarà presentato in versione live il giorno 9 agosto alle ore 1.00, presso il Palazzo rosso di Archi.

«Il talento fa quello che vuole, il genio quello che puo’. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento.»

Carmelo Bene

La pratica della (ri)sonorizzazione con le moderne tecnologie audiovideo fornite dalla rivoluzione digitale è divenuta una forma di produzione artistica sempre più diffusa. Dare una nuova forma acustica alla successione di immagini che compone un film, questa l’essenza della pratica. I film muti per statuto sono la tipologia filmica che più d’ogni altra si è prestata nel tempo a questo tipo di sperimentazioni. Le più celebri sonorizzazioni sono senz’altro la (ri)lettura in chiave rock fatta da Giorgio Moroder del classico “Metropolis” di Friz Lang, il montaggio audio-visivo realizzato dall’americano Dj Spooky d’uno dei più grandi classici del cinema delle origini (“Nascita di una nazione”) ed ancora su “Metropolis” la fitta trama techno composta da Jeff Mills. Dal 2005 con l’avvento del fenomeno YouTube questa pratica è divenuta ancora più popolare, sono infatti ormai una miriade le opere appartenenti a questo (sub)genere disponibili grazie a quello che è, a tutti gli effetti, il più grande archivio d’immagini in movimento d’ogni tempo (se a questo sommiamo realtà quali Google Video, Revver, Vimeo, Daily Motion ed altri ancora ci possiamo davvero rendere conto della rivoluzione in atto). Dunque la (ri)sonorizzazione non è nulla d’originale, è una reazione spontanea all’incessante pioggia d’immagini in movimento alla quale (tutti) siamo esposti, un ombrello creativo per tutelarci dal diluvio che tanto più sarà tecnologicamente abbordabile, nella sua realizzazione tecnica, tanto più sarà pratica comune e banale. La vera dialettica innescata da questo fenomeno emergente dell’audiovideo non sarà allora quella fra copia ed originale, ma fra legale ed illegale, è il copyright la nuova frontiera dell’audiovideo ed è con il diritto d’autore che questi enormi archivi di immagini manipolate giocano oggi la partita più interessante, prefigurando quel che sarà (forse) il futuro del cinema.

MILANO CALIBRO 9 – REMIXED

sonorizzazione audiovisiva dell’omonimo film di Fernando Di Leo (1972). K Loud (music) – DJCINEMA (video). (30′)

Abbiamo pensato di giocare con Milano calibro 9 perchè il film di Di Leo racconta una città cinica e spietata della quale a trentasei anni di distanza ritroviamo tutti i caratteri in questa nostra contemporaneità. Il montaggio prende le distanze dal bluff di Ugo Piazza, che per immagini non può essere raccontato, e si concentra sul denaro che, come belve fameliche, tutti i volti del film combattono per ottenere. La trama visiva è dunque contratta e resa lineare attraverso un montaggio che serra i tempi dell’azione, ne aumenta il ritmo e ne amplifica l’intensità visiva, rendendo però il doveroso (e cinèfilo) omaggio ad alcune sequenze intoccabili perché magistrali. Il tentativo è quello di (ri)costruire una trama a sé stante, autonoma dall’originale e, forse, più prossima ai romanzi milanesi di Giorgio Scerbanenco, anche grazie all’utilizzo di sovratitoli. Il tappeto sonoro sincronizzato dal vivo dal musicista e produttore K Loud (aka CL. Audio) è di matrice eminentemente techno realizzato con sonorità originali senza il ricorso al campionamento di brani preesistenti, una tessitura musicale che dialoga con i protagonisti del miglior noir della storia del cinema italiano.

MC9 – remixed è un progetto artistico che intende portare nei club la storia di Ugo Piazza, le immagini di Fernando di Leo e le atmosfere di Giorgio Scerbanenco, per proporre alle giovani generazioni (ma non solo) una modalità differente di vivere il rituale collettivo del ballo.

Milano calibro 9 – remixed sarà presentato in versione live il giorno 9 agosto alle ore 1.00, presso il Palazzo rosso di Archi.

A seguire djset by K Loud (aka CL. Audio, Machine Jockey/Ita) & vjset by ilcanediPavlov!


DILLINGER È MORTO

sonorizzazione e montaggio live del capolavoro di Marco Ferreri (1969). K Loud (musix) ilcanediPavlov! (video).

Se dal punto di vista produttivo con MC9 abbiamo proceduto dalle immagini alla musica con il progetto legato al film di Marco Ferreri compiamo il percorso inverso. Attraverso un campionamento della pellicola in 70 parti sono le immagini che cercano un contatto con la musica prodotta da K Loud.

«Sfuggire a ciò che si è, questo è il sogno del protagonista di Dillinger è morto […]. Ferreri respira gli umori della contestazione con la leggerezza del buffone, ben sapendo di appartenere a quelle élite di “vitelloni della cultura” che non raggiungerà mai il popolo, in quanto priva di un linguaggio comune a coloro che possono fare la rivoluzione. Il linguaggio dunque. La depurazione drammaturgica iniziata con la rarefazione simbolica del profilmico in Break-up e proseguita con L’harem, […], raggiunge in Dillinger è morto il punto di non ritorno. Dopo essere stato diluito in un pomeriggio bucato (Break-up), il fantasma della durata si materializza ora nella notte illuminata di un uomo predicato in negativo (senza nome, senza voce), maschera opaca di quell’alienazione che affligge come un male incurabile la società dei consumi. Al racconto subentra l’osservazione, alla compressione la dilatazione, all’azione un’attesa senza oggetto. Icona dell’apatia borghese, Michel Piccoli inaugura il lungo sodalizio con Marco Ferreri, consegnandogli un corpo svuotato, dalla mimica implosa, marionetta pensante presente in ogni inquadratura a tal punto da apparire invisibile.» (Alberto Standola, Marco Ferreri, Il Castoro, 2004)

Dillinger è morto sarà presentato in versione live il giorno 10 agosto alle ore 1.00, presso il Palazzo rosso di Archi.

A seguire djset by K Loud (aka CL. Audio, Machine Jockey/Ita) & vjset by ilcanediPavlov!

bio.

DJCINEMA . Progetto per la valorizzazione del rapporto fra “dj culture” e cinema finalizzato alla costruzione di forme alternativa di fruizione e produzione culturale, ideato e sviluppato da Paola Catò e Alessio Galbiati.

web: djcinema.wordpress.com

mail: djcinema@email.it

K Loud . Claudio Vittori (conosciuto anche con il nome di CL. Audio). Produttore di musica elettronica, techno e ambientale, autore e compositore, sound designer per brand internazionali e performer live, fondatore dell’etichetta Machine Jockey.

web: http://www.cielleaudio.comhttp://www.myspace.com/cielleaudiohttp://www.myspace.com/machinejockey

mail: info@cielleaudio.com – booking@cielleaudio.com

ilcanediPavlov! . Progetto di Alessio Galbiati focalizzato sulla video performance live con una particolare attenzione all’immagine cinematica. Nato come “parte” di DJCINEMA è in breve divenuto un progetto performativo autonomo.

web: http://www.myspace.com/ilcanedipavlov

mail: ilcanedipavlov@gmail.com

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Greenaway al festival Fenice: “Rivoluziono il cinema”

Greenaway al festival Fenice: “Rivoluziono il cinema”
A Poggibonsi, in provincia di Siena, il regista porterà una nuova provocazione: il suo film ‘Le valigie di Tulse Luper’ diventerà una ‘vj performance’, con le varie sequenze rimontate dallo stesso Greenaway al momento

di Giovanni Boganni (QN, 9/10/07)

Amsterdam, 6 novembre 2007 – «Sono un film-maker eccentrico, e il mio nome è Peter Greenaway. Il mio nuovo progetto è un progetto polemico e missionario: rivoluzionare il cinema». Peter Greenaway, 65 anni, nato a Newport, Galles, vive da anni in Olanda. «E’ un paesaggio perfetto: piatto, due terzi di cielo e un terzo di terra»; venerdì a Poggibonsi, in Toscana, Greenaway porterà una nuova provocazione. Una ‘vj performance’, cioè il suo film ‘Le valigie di Tulse Luper’ che diventa un videoclip: proiettato su sei schermi al plasma allestiti nel cinema, con le varie sequenze rimontate dallo stesso Greenaway al momento. Una performance ‘live’ a partire da un film.

Ci spiega questo nuovo progetto?
«E’ semplice. Il cinema è morto, viva il cinema. Noi siamo abituati a vedere i film in un modo primitivo, arcaico. Che cosa ci fanno delle persone sedute al buio, a guardare fisso davanti a sé, per due ore? Sembriamo animali nella tana. Io ho voluto creare qualcosa che sia differente ogni volta che la vedi. “Titanic” è terribilmente uguale ad ogni visione: il mio film no».

Peter Greenaway sarà ospite del festival ‘Fenice’, dedicato alle nove arti. E nessuno meglio di lui incarna l’ideale dell’artista totale, quello che nel Rinascimento era rappresentato da Leonardo. Pittore prima ancora che regista, autore di libri, realizzatore di performance tra teatro e cinema, autore di mostre multimediali, cultore dell’arte segreta e antica della calligrafia.

‘Le valigie di Tulse Luper’ è un film con immagini multiple sullo schermo, grafie, numeri, sovrimpressioni, disegni, fumetti…Aveva già voglia di un altro modo di fare un film?
«Semplicemente, ho sfruttato le potenzialità della immagine multipla, che è molto vicina alla nostra esperienza umana. Noi quando camminiamo per strada, leghiamo il nostro presente alla immaginazione del futuro e alla nostra memoria. La moltiplicazione dell’immagine è più realistica rispetto ai film come “Casablanca”, dove tutto è lineare».

Le piace la tecnica del collage, nel cinema?
«Il principio del collage è stata un’innovazione fondamentale nella pittura delle avanguardie. Come in Picasso e in Braque. Io sono andato avanti: ho applicato l’idea di collage al film».

La rassegna di Poggibonsi ‘L’arte di Peter Greenaway’ culminerà con un incontro con il regista inglese giovedì alle 16, e con la performance video di venerdì. Giovedì alle 21 verrà proiettato il suo ultimo film, ‘La ronda di notte’, passato anche all’ultima Mostra di Venezia. «Nel caso di quest’opera — continua Greenaway — mi interessava sfruttare le potenzialità del quadro di Rembrandt ‘La ronda di notte’. L’ipotesi è che in quel quadro sia rappresentato un crimine. Tutti gli elementi della scena del crimine sono lì, nel dipinto. E vanno soltanto investigati».

Che tipo di pittore era Rembrandt?
«Era un pre-cineasta. Con i suoi quadri fermava il movimento. In pratica, aveva inventato il cinema con due secoli di anticipo. Se vivesse oggi, sarebbe un mélange tra Mick Jagger e Bill Gates. A 23 anni era famosissimo, ricchissimo, alla moda. Ma dopo aver dipinto “La ronda di notte”, cominciò a perdere tutto: soldi, fama, posizione sociale».

Tutto per colpa di quel quadro?
«Quel quadro racchiude un mistero criminale. Ci sono, in quella immagine, almeno cinquanta questioni segrete. Io sono così arrogante da dichiarare che le abbiamo decifrate tutte».

intervista a cura di Giovanni Bogani

http://www.tulseluperinturin.net
Fenice International Nine Arts Festival

Disco Will Never Die!

Parlavamo di questa sequenza nel post dedicato a “The Last Day of Disco” di Whit Stillman, addirittura trascrivendola integralmente. Ora grazie ai potenti mezzi del web 2.0 abbiamo modo di farvela sentire nella sua versione originale. Il monologo è assolutamente importante sotto molti punti di vista perchè al cinema, forse mai in maniera così compiuta, è capitato di ascoltare una riflessione così profonda su di fenomeno sociale che è stato (ma forse è ancora pur in forme ovviamente diverse ed aggiornate) così profondamente incisivo ed efficace – nella sua apparente superficialità – nel mutamento dei comportamenti sociali metropolitani (e non solo). Il tempo del tempo libero, contrapposto a quello del lavoro, iniziò ad assumere una valenza altrettanto importante nei modi di vita della classe media, la disco era innanzitutto un luogo dove apparire per essere e questo fu per anni un comportamento osteggiato da molteplici fronti, non avendo una cultura articolata a sorreggerla la Disco nel giro di poco entrò in crisi sbracando nel pop più becero. La nostra impressione è che oggi ciò stia capitando alla techno ed alla maggior parte dei generi “sintetici”, oggi però a fare da diga all’implosione c’è il Sistema dei DJ che attraverso la sua cultura impedisce la deriva (già in atto) alla massificazione omologata e (ancora) becera.

«La disco music non morirà mai, sopravviverà nella nostra mente, nel nostro cuore. Una cosa così bella, così importante, così unica non potrà morire mai. Le future generazioni la considereranno superata, fuori moda. Verrà travisata, messa all’indice, ridicolizzata o peggio… completamente ignorata. Rideranno di John Travolta, di Olivia Newton John, degli abiti di poliestere e delle scarpe con la suola alta, di questi gesti [fa uno scatto in stile Travolta “Saturday Night Ferver”]. Non andiamo vestiti così, ma amiamo lo stesso la disco, e chi non l’ha capita, non la capirà mai. La disco è stata molto di più, molto meglio di tutto questo. Il suo valore è stato troppo grande, ci ha divertito troppo per poter scomparire, un giorno o l’altro dovrà tornare e spero che quando succederà noi ci saremo… scusate ma oggi ho un colloquio di lavoro e cercavo di caricarmi, comunque le cose che ho detto le penso davvero.»

Io arrivo da Giove di Luca Pastore, 2001

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IO ARRIVO DA GIOVE

2001, Italia.
Betacam, 48′, col.

Regia, soggetto e sceneggiatura: Luca Pastore; fotografia: Luca Pron; riprese videobox: Liborio L’Abbate; fonico videobox: Davide Giglio; trattamenti grafici: Alessandra Finarino; montaggio: Claudio Staniscia; musica: Madaski; produzione:  Legovideo, Regione Piemonte; distribuzione: Documè.

Premio Speciale – Documentary Competition al Torino Film Festival 2001.

Gli interventi, le storie, i deliri e i punti di vista che compongono il film sono stati raccolti all’interno di un videobox che è stato allestito in 18 discoteche piemontesi. Chiunque poteva entrare nel videobox e fare il proprio intervento. Sono stati registrati circa 1000 interventi di ragazzi e giovani appartenenti a quello che, in modo molto sbrigativo e superficiale, viene solitamente definito il ‘popolo delle discoteche’: si va dalla goliardia alla confessione, alla denuncia, al racconto di un episodio, di un sogno, all’euforia decisamente ‘chimica’, al semplice silenzio. Il materiale raccolto è stato scremato e selezionato: il risultato di questa selezione è l’ossatura di Io arrivo da Giove.
Le testimonianze del videobox sono per lo più utilizzate come audio fuoricampo, sorta di ‘coro’ di pensieri a supporto di una galleria di ritratti di giovani fuori e dentro la discoteca, nei centri commerciali, nei quartieri-dormitorio torinesi, all’interno delle loro case, che sono stati realizzati successivamente nel tentativo di creare un rapporto surreale fra le voci e i volti silenziosi.

«Un campionario sufficientemente rappresentativo di linguaggi, volti, idee, rumori e suoni di una generazione, realizzato senza la mediazione del formato intervista e senza nessunissimo intento retorico o analitico. È così sorprendente come, in più di una occasione, ci si ritrovi a constatare la distanza tra il clichè del giovane discotecaro e la realtà» (Luca Pastore).

Luca Pastore (Torino, 1961) ha fondato nel 1983 la casa di produzione Legovideo. Con il suo socio Alessandro Cocito («Cocito & Pastore») ha realizzato numerosi contributi che uniscono videoarte e televisione, soprattutto per Raitre. Critico musicale per «il manifesto» dal 1994 al 1997, lui stesso musicista (suona con i Fluxus), realizza sonorizzazioni e colonne sonore. Ha curato la regia di numerosi documentari, clip musicali, filmati per enti e istituzioni, videomagazine e corti per la tv, oltre ad alcune installazioni videoartistiche per vari enti museali.
Filmografia: “Orizzonti di gloria” (cm,1984, co-regia Luca Gasparini), “Il processo” (cm, 1984), “Ultima spiaggia” (cm, 1986), “Adieu Dalí” (1987), “Unoequattordici” (cm,1988), “Intervalli italiani ed europei” (cm, 1989-1992), “Ufficio di collocamento” (cm, 1993), “Ira” (1994), “Senza titolo” (cm, 1995), “Subaquea” (1997), “Welat/Patria” (1996-1999), “Derelict Land” (cm, 1999), “Le due orfanelle” (2000), “Dopo?” (cm, 2000), “Eredità di una rivoluzione” (2000), “Cortile d’acqua” (2001), “Io arrivo da Giove” (2001), “Come fossili cristallizzati nel tempo” (2002), “Dovevano almeno ottenere di fare la rotazione” (2003); “I dischi del sole” (2005).

Lo zio John (Carpenter) e i suoi nipotini

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L’articolo che pubblichiamo qui sotto tratta del rapporto venutosi a creare fra la musica realizzata per i suoi stessi film dal regista americano John Carpenter e la scena musicale “Avanzada” degli ultimi decenni. A firmare il pezzo è Alex Dandi, già autore d’un piccolo-grande testo che più d’ogni altro ci ha dato i primi riferimenti entro cui far muovere il nostro progetto; l’articolo in questione “Quando il dj va al cinema” (Digimag n.15, giugno-luglio 2006. URL) definisce un percorso fra film alla ricerca delle tracce lasciate dalla ‘dj culture’ nella storia della settima arte. L’intenzione manifestataci da Alex di collaborare al progetto DJCINEMA ci rende insomma particolarmente felici…

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LO ZIO JOHN E I SUOI NIPOTINI
di Alex Dandi
articolo apparso su Digimag (Digicult) n.1, febbraio 2005. URL
licenza: Creative Commons by-nc-sa 2.0

John Carpenter è sopratutto conosciuto come regista indipendente, autore di film horror, di fantascienza e fantasy memorabili come “Halloween”, “1997:Fuga da New York”, “La Cosa”, “Grosso guaio a Chinatown” e tanti altri.

Ma Carpenter oltre ad essersi guadagnato lo status di cineasta di culto, dagli anni ’70 a oggi, è anche pregevole autore di colonne sonore. La maggior parte dei suoni film vantano colonne sonore composte dallo stesso Carpenter, con qualche piccola ma prestigiosa eccezione (Ennio Morricone per “La Cosa” ad esempio). Le prime colonne sonore vennero composte da Carpenter sostanzialmente per mancanza di fondi nell’assumere un compositore professionista. Ed é così che con pochi sintetizzatori a basso costo e poche ore trascorse in studio, Carpenter scrisse le sue minimali musiche di commento a film come “Distretto 13: le brigate della morte” (1976,“Assault on Precint 13”) ed “Halloween”(1978), ancora oggi considerate tra le maggiori influenze per molti musicisti elettronici, dance e hip hop.

Carpenter, figlio di un maestro di musica, non fa segreto di aver tratto ispirazione se non plagiato musiche già esistenti per i suoi primi lavori: proprio come i “musicisti fai da te” per eccellenza, ovvero i dj. Come non riconoscere una certa similitudine tra l’ipnotico e ossessivo tema di Halloween e l’altrettanto paranoico tema di Profondo Rosso del nostro Claudio Simonetti? Allo stesso tempo per “Assault on Precint 13” John Carpenter dichiara di essersi ispirato alle musiche del maestro Lalo Schiffrin per il film “Ispettore Callaghan, Il caso scorpio è tuo” (1972, “Dirty Harry) ed a “The Immigrant Song” dei Led Zeppelin. Eppure il suono di Carpenter é personale, non solo per la timbrica dei sintetizzatori utilizzati, ma anche per il “modus operandi” basato su brevi loop ripetuti potenzialmente all’infinito e semplici tappeti atmosferici. Non è un caso che le “soundtrack” più recenti di Carpenter, vagamente rock e orchestrali, siano meno efficaci rispetto alle prime. In pratica viene a mancare quel metodo minimale che è nel dna di molti artisti dance elettronico contemporanei.

Già nel 1983 esce la prima rivisitazione disco (per ZYX e probabilmente non autorizzata) del tema di “Assault” con il titolo “The End” e riscuote molto successo tra i dj dell’epoca ed ancora oggi gode di un certo culto tra gente come Carl Craig, Laurent Garnier, Mark Moore (S’xpress) e Optimo. Da allora è un susseguirsi di sfruttamenti più o meno dichiarati dei suoni di Carpenter, a partire da brani hip hop come “The “Tower” di Ice T (in “OG – Original Gangsta” del ‘91) e raggamuffin come “Posse Rock & Move” di Asher D & Daddy Freddy (in “Raggamuffin Hip Hop” del ’88), dove, in entrambe i casi, vengono utilizzati campionamenti del main theme di “Halloween”. Lo stesso accade nella prima proto house europea con titoli minori (ma popolari sui dancefloor) come “Good Times (Halloween Rmx)” di The Beat Pirate, ma anche con successi radiofonici come “Megablast” (in “Enter The Dragon” dell’88) di Bomb The Bass (Tim Simenon), dove vengono utilizzati campioni di “Assault on Precint 13”.

Carpenter diventa inconsapevolmente autore di colonne sonore per videogiochi con l’inclusione di “Megablast” di Bomb The Bass nel videogioco sparatutto “Xenon 2” (’89), disegnato dai leggendari Bitmap Brothers. Quasi un decennio più tardi, Carpenter compone ufficialmente la musica per il videogioco “Sentinel Returns”(’98), confermando che le atmosfere elettroniche del geniale regista/compositore ben si addicono al mondo dei pixel digitali.

L’influenza di Carpenter torna ciclicamente in nuove schiere di dj e musicisti. Nel ’90 la traccia rave “Hardcore Uproar” di Together raggiunge la dodicesima posizione delle classifiche inglesi suscitando un piccolo caso e portando a galla un intero movimento. “Hardcore Uproar” riprende linea di basso e melodia di “Assault” e, coincidenza, uno dei due responsabili del progetto Together (Suddi Raval) é oggi sound designer di molte musiche per videogiochi. Laurent Garnier é uno dei più accaniti sostenitori del Carpenter musicista e ha dichiarato al sottoscritto che “Communication from the Lab” (da “Unreasonable Behaviour” del 2000) é “totalmente Carpenter”. In effetti ascoltando la traccia si sentono i suoni e le scansioni melodiche tipiche dei lavori di Carpenter più popolari. Influenza massiccia che torna anche nel recentissimo album cinematico “The Cloud Making Machine” .

A conferma che Carpenter è ancora un’influenza a diversi livelli esce in questi giorni anche un 12” (“Manifesto Ep”) per Elettrica/Irma del giovane Diego Montinaro contenente la traccia “Escape From MLN”, versione italo disco milanese del suono sintetico del Carpeter di Fuga da New York. Per fuggire con la mente e con il corpo.

Zidane, un Portrait du 21e Siècle di Douglas Gordon e Philippe Parreno, 2006

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Zidane, un Portrait du 21e Siècle

Regia e Sceneggiatura: Douglas Gordon e Philippe Parreno; Fotografia: Darius Khondji; Montaggio: Hervé Schneid; Mixaggio: Tom Johnson; Musiche originali: Mogwai; Produzione: Anna Lena Films et Naflastrengir; Distribuzione: United International Pictures; Paese: Francia/Islanda; Anno: 2006; Durata: 90′.

“Dal calcio d’inizio al fischio finale. Madrid, Sabato 23 aprile 2005. Chi avrebbe potuto immaginare che nel futuro ci si potrà ricordare di questo giorno straordinario come d’una passeggiata in un parco. Faccia a faccia, il più vicino possibile, per il tempo più lungo possibile”. Con queste parole, sotto forma di didascalie a corredo dell’immagine, si aprono i 90 minuti di “Zidane, un Portrait du 21e Siècle”, straordinario documento d’arte audiovisiva in bilico fra il concettuale e l’agiografia di un mito contemporaneo.
Il film, realizzato dalla coppia di artisti composta da Douglas Gordon e Philippe Parreno, racconta l’intero svolgimento della partita del campionato spagnolo fra Real Madrid e Villareal che ha avuto luogo nell’imponente Santiago Bernabeu sabato 23 aprile 2005. La racconta però disinteressandosene completamente perchè il suo unico scopo è quello di pedinare con 17 telecamere ogni singolo movimento di Zinédine Zidane, componendone un ritratto che gioca con la durata reale dell’evento. L’operazione si ispira al documentario realizzato per la tv tedesca (trattasi della Germania dell’ovest) dal filmmaker tedesco Hellmuth Costard che nel 1970 riprese le gesta del leggendario George Best durante una partita fra il Mancester United ed il Coventry City (“Fußball wie noch nie”, conosciuto anche con il titolo “Soccer As Never Before”) e si innesta nel multiforme percorso artistico che i due quarantenni portano avanti singolarmente da qualche decennio. Rispetto al lavoro di Costard cambiano i mezzi di produzione dell’immagine e di registrazione e post-produzione del suono. Per l’immagine sono state utilizzate ben diciassette telecamere 35mm in alta risoluzione capaci di cogliere dettagli da una distanza che appare siderale e dirette dall’operatore Darius Khondji (celebre direttore della fotografia che vanta collaborazioni di primissimo piano, dal popolarissimo “Se7en” di David Fincher, passando per “Io ballo da sola” di Bernardo Bertolucci; ha lavorato con nomi del calibro di Alan Parker, Roman Polanski, Woody Allen e Sydney Pollack). Anche il suono è assolutamente stupefacente, capace di cogliere addirittura il rumore dei passi di Zidane sull’erba del Bernabeu. E’ proprio l’elemento sonoro a tessere fra loro i singoli istanti ed i differenti punti di vista in una trama del tempo reale, tutt’altro che “naturale” ma altresì artificiale. La dimensione extra-terrena, definibile come siderale, oltre a costituire un punto costante nella produzione artistica sia di Serrano che soprattutto dallo scozzese Douglas Gordon, è esplicitamente evocata nell’unico momento di distacco dai movimenti per il campo di Zizou. Quando finisce il primo tempo della partita vediamo una serie di fatti accaduti nel mondo, sulla terra, in quel sabato 25 aprile 2005, fatti piccoli ed eventi importanti che si consumano e scorrono davanti ai nostri occhi come uno spettacolo senza senso. Raccontati in pochi frame ed accompagnati dalla patètica musica dei Mogwai (patètico da intendersi come aggettivo volto a definire ciò che suscita commozione e compassione), a ricordarci che l’esistenza non ci appartiene e che tutto scorre incessante e senza senso. Quando le immagini ci portano a Najaf, fra le macerie di un attentato esplosivo che causò la morte di nove persone, fra il fumo e la gente ferita l’occhio scorge una maglietta con sopra scritto il nome Zidane. Fra queste immagini ne troviamo alcune che raccontano dei confini dell’universo conosciuto, ponendo l’intera operazione sotto la luce spazia e temporale d’un qui-e-ora congelato ed archiviato per i posteri d’un futuro siderale ed impreciso. Da qui il senso complessivo dell’operazione richiamato dal titolo, ritratto del XXI secolo, e dall’incipit didascalico che apre la pellicola: “Dal calcio d’inizio al fischio finale. Madrid, Sabato 23 aprile 2005. Chi avrebbe potuto immaginare che nel futuro ci si potrà ricordare di questo giorno straordinario come d’una passeggiata in un parco. Faccia a faccia, il più vicino possibile, per il tempo più lungo possibile”.
Come un presagio di quella che sarà la sua ultima partita, a pochi istanti dalla conclusione del match Zizou verrà espulso e lascerà il campo fra gli applausi. In questo film c’è tutto Zinedine Zidane, nel bene e nel male, con il suo strano modo di muoversi per il campo assorto in un silenzio oscuro ha illuminato quest’ultimo decennio di calcio, come una cometa luminosa lascia una scia che per anni e anni tutti potremo ancora ammirare e ricordare, ma nascondendo la sua reale natura, lontana e sfuggente.
E’ un film d’una struggente malinconia che prende la bocca dello stomaco.

Ha partecipato fuori concorso al Festival di Cannes 2006, è stato distribuito nelle sale francesi e nominato ai Cesar Awards (l’equivalente transalpino dei nostri David, o se si preferisce degli Oscar americani) nella categoria miglior documentario. Fra i produttori associati figura la torinese Fondazione Sandretto Re Baudengo, un poco di Italia per un’opera straordinaria.

>>>link:
http://www.uipfrance.com/sites/zidane/
http://www.cahiersducinema.com/article803.html

da SonarCinema 2007, musica per gli occhi, Digimag 26 luglio-agosto 2007

Koichiro Tsujikawa

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Koichiro Tsujikawa

Koichiro Tsujikawa (nato a Tokyo nel 1972) è uno dei più importanti e celebri videoclipmakers contemporanei. Lo si potrebbe considerare il più celebre regista asiatico di questo genere dell’audiovisivo contemporaneo, assimilabile a quelle super star del calibro di Michel Gondry, Chris Cunningham e Spike Jonze – ai quali il SonarCinema, nelle passate edizioni, ha dedicato ampie retrospettive dei migliori lavori da loro realizzati.
Quest’anno tocca appunto a Tsujikawa, con una scelta di 10 lavori capaci di raccontare per immagini la sua folle visionarietà resa popolare dal sodalizio artistico con quel geniaccio di Cornelius (presente al Sonar la notte del 15). Tutti ricorderanno il superlativo “Drop” (quello che vede come protagonista un bambino alle prese con un lavandino colmo d’acqua) ma pochi conoscono lo stile ricorsivo delle ossessioni visive del quasi quarantenne Tsujikawa. La tecnica del passo uno praticata dal regista giapponesi si sposa con perfetta armonia alle ritmiche sincopate e ripetitive della musica di Cornelius tanto da far apparire lo stile visivo dei video realizzati un tutt’uno con la musica, compiendo quella perfetta sintesi fra musica e immagini che rende ognuno di questi dieci episodi della carriera artistica del filmmaker dei piccoli-grandi capolavori. High-tech e slow motion modulati fra loro costituisco un ottimo esempio di sintesi fra le tecniche del cinema delle origini e quelle dell’attuale epoca digitale, in quella direzione analizzata e descritta da Lev Manovich, nel celeberrimo “The Language of New Media”, come punto di convergenza e rivitalizzazione al quale il cinema contemporaneo è sottoposto.

As Far As Ends Go – Spanova
Mars – Sketch Show
I Hate Hate – Cornelius – URL
Hana – Asa Chang & Junray – URL
Wonder Word – Supercar – URL
Another View Point – Cornelius
Ware Wa Yuku – Hirama Mikio
GUM – Cornelius
Like a Rolling Stone – Cornelius – URL
Fit Song – Cornelius –
URL

Bio – URL
Intervista –
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Sito ufficiale
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da SonarCinema 2007, musica per gli occhi, Digimag 26 luglio-agosto 2007