Live!iXem 2007 – il Report by Ermes Rosina (AllAboutJazzItalia)

Live!iXem 2007
Pubblicato: 23-01-2008

di Ermes Rosina (http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=2481)

fonte: All About Jazz Italia

Musica, audiovisuals, mixed media e arte elettronica sperimentale

Accademia di Belle Arti, Atelier La Lucciola, BoAlab
Palermo – 17.12.2007/21.12.2007

La rassegna Live!iXem approda alla quarta edizione, dopo gli appuntamenti tenutisi a Venezia, nel 2004 e 2005, e lungo l’asse Roma/Palermo, nel 2006. Il festival, nato e sviluppato a partire dall’omonima rete di artisti operanti nei settori della musica elettronica e della ricerca audio/video, si concretizza quest’anno interamente a Palermo, nell’arco di cinque giornate, grazie allo sforzo organizzativo profuso dall’associazione Antitesi.

E’ da segnalare, in premessa, lo scarso contributo delle istituzioni locali e nazionali, che costituisce l’ennesima prova di disinteresse verso le realtà artistiche d’innovazione – non riconducibili ai consueti contesti commerciali né ai tradizionali canoni estetici – piuttosto che il sintomo di circostanze socio-economiche sfavorevoli.

”Mala tempora…” saremmo tentati di sibilare a denti stretti…se lasciassimo correre il pensiero alle ormai leggendarie Settimane Internazionali per la Nuova Musica, che proprio a Palermo si tennero tra il 1960 e il 1968, su iniziativa del Gruppo Universitario di Antonino Titone, con la collaborazione del Teatro Massimo e della RAI.

Erano gli anni in cui gli enti pubblici, nonostante le difficoltà (che in Italia ci sono sempre state, ça va sans dire…), non negavano il proprio sostegno alla ricerca più avanzata a livello internazionale, presentando non soltanto l’avanguardia musicale dell’epoca (dai vari Stockhausen, Berio, Kagel, Cage, agli italiani Franco Evangelisti, Domenico Guaccero, a un giovanissimo Sciarrino, agli scapigliati di MEV – Musica Elettronica Viva), ma anche le alchimie linguistiche del Gruppo ’63 e le sperimentazioni visive di Alberto Grifi e Norman McLaren.

Evitando lo sterile vittimismo, il direttore artistico Domenico Sciajno ha saputo mostrare buon viso a cattivo gioco, ottenendo, per l’ospitalità di artisti stranieri, la collaborazione di istituzioni estere (quali l’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi e il Centro Culturale Francese di Palermo) ; ha quindi trovato supporto logistico presso l’Accademia di Belle Arti e alcuni spazi interessati alla creatività contemporanea a 360 gradi, quali il BoAlab (che organizza esposizioni prevalentemente connesse alle arti plastiche) e l’Atelier La Lucciola (accogliente punto d’incontro ludico-creativo ideato per i bambini…ma non solo!).

In ciascuno di questi luoghi sono state convogliate idee e iniziative tanto stimolanti quanto diversificate, come laboratori, workshops, contest audio-video, performance dal vivo.

Conferenze e workshops

Due giornate intere coinvolgono la presenza di Alvin Curran,infaticabile esploratore di suoni e luoghi inconsueti, che proprio a Palermo, nel 1968, in occasione della sesta (e rimasta ultima) Settimana per la Nuova Musica, viveva con il gruppo MEV una significativa tappa di un percorso – oggi quarantennale – di destabilizzazione e reinvenzione dei canoni estetici.

L’Accademia di Belle Arti apre quindi le porte al compositore americano (che, com’è noto, da diversi lustri resiede a Roma, nei rari momenti di tregua concessi da un’attività sempre frenetica, divisa tra concerti, installazioni, masterclass), dapprima per una conferenza pubblica, quindi con un laboratorio teorico-pratico aperto agli iscritti e a un limitato gruppo di uditori.

“Music outside the concert hall”: questo il tema affidato a Curran, del tutto pertinente sia alla tipologia di ricerca che Live!Ixem intende stimolare e documentare, sia alla vicenda artistica del relatore, che viene ripercorsa durante gli incontri.

Com’è noto, quella di Curran è, infatti, una lucida e fervidissima immaginazione musicale, che non raramente coinvolge grandi aree ambientali (quali cave, parchi, porti, fiumi – si veda “Maritime Rites”, lavoro di recente riproposto a Londra – e finanche vulcani, come nelle “Conversazioni Geologiche” realizzate l’estate scorsa sull’Etna) ma anche elementi visivi (pensiamo alle installazioni/performances realizzate nell’ottobre 2007 a Milano con Roberto Masotti in omaggio a John Cage).

Naturale, quindi, che nuovi e ulteriori spazi saranno sfruttati come “sale da concerto virtuali”: non solo le sette stazioni radio europee, collegate nel 1988 per “Crystal psalms”, si prestano allo scopo, ma internet stessa diventa un luogo performativo di primaria importanza, per il quale occorre esplorare nuove musiche adatte alla diffusione tramite questo mezzo o da esso ispirate.

Curran ha quindi messo a disposizione dei partecipanti al laboratorio una sensibilissima capacità di ascolto, maturata attraverso un’intensa pratica improvvisativa e solide competenze compositive, assimilate in gioventù da Elliott Carter e affinate nel tempo in una prospettiva di creazione istantanea.
La “lezione” più grande di Curran (valida non soltanto per i “compositori” di professione, ma anche per chiunque intenda accostarsi, con il semplice ascolto, al pluriverso musicale contemporaneo) è stato l’incoraggiamento a porre attenzione verso le più o meno nascoste istanze sonore di cui è portatrice la realtà nella quale siamo immersi e a ricercare una sintesi personale delle suggestioni che giungono da questi materiali.

Piuttosto specialistici e densi di contenuti sono stati il laboratorio a numero chiuso e il workshop aperto al pubblico, tenuti da Andrea Valle.
Il semiologo, compositore e ricercatore presso l’Università di Torino nel settore della multimedialità illustra le caratteristiche di SuperCollider, software siluppato da James McCartney – ora disponibile open source – per la sintesi e il controllo del segnale audio in tempo reale, e ne mostra quindi un’applicazione pratica da lui personalmente ideata con il nome “GeoGraphy”, nel quale un sistema grafico costituisce lo strumento per l’organizzazione algoritmica del suono.
Si crea così quella forma d’arte nota come “musica generativa”, che si sviluppa tramite complessi sistemi di calcolo effettuati dal computer partendo dalle istruzioni scritte dal compositore.

Sono peraltro reperibili in internet sia un manuale, in italiano, introduttivo a SuperCollider, sia alcuni schemi esplicativi su GeoGraphy, redatti dallo stesso Valle; ancora più istruttivi si sono rivelate le implicazioni concrete dimostrate nel corso di un concerto dal vivo corredato dai visuals di Ursula Scherrer, su cui ci soffermeremo più avanti.

Altre preziose occasioni formative e informative sono state ospitate dal Centro BoALab.
Durante un workshop pomeridiano è stata presentata Tech Stuff, accoppiata di DVD e libro pubblicati da ISBN Edizioni, in cui Giorgio Sancristoforo, aka Tobor Experiment (poliedrica personalità, che associa all’attività di tecnico del suono, quelle di videomaker, produttore di software e artista elettronico) ripercorre tappe storiche e offre curiose digressioni sulla musica elettronica, raccogliendo una serie di video, in parte già presentati su QOOB, canale digitale di MTV Italia.

Con stile intelligentemente smaliziato, vengono trattati temi piuttosto variegati, dal Theremin – e tanti altri pionieristici strumenti analogici – all’IRCAM, sino alle origini della musica generativa.
Non manca un’ampia parte di interviste a diversi personaggi del settore, come i Pan Sonic e Karlheinz Stockhausen, che, tra l’altro, ebbe un rapporto particolare con la Sicilia, iniziato nei primi anni ’60 – quando fu ospite di Palazzo Agnello a Siculiana (trovandovi ispirazione per la composizione di “Momente”) e partecipò alle Giornate Internazionali per la Nuova Musica – e culminato nel 1996, in un ciclo di seminari e concerti nell’ambito del Festival di Palermo sul Novecento.

Se pure si nota qualche inevitabile lacuna – non vengono menzionati, per esempio, Luigi Russolo e i futuristi italiani e non c’è spazio per le ultime evoluzioni dell’elettronica applicata a un contesto performativo-improvvisativo (di MEV, David Rosenboom, o di centri di ricerca come STEIM e CNMAT proprio non c’è traccia) – le perplessità sono subito fugate dalle panoramiche – deliziosamente in bilico fra serio e faceto – sui mitici sintetizzatori Moog, sulle drum machines Jomox e sugli algoritmi di composizione generativa, che, sviluppati nei più recenti pacchetti software trovano un insospettato antesigano in Mozart, con il suo “gioco per comporre musica con i dadi”.

Ancora più sorprendente è la vitalità con cui il settantanovenne Stockhausen, nell’intervista concessa a Tech Stuff pochi mesi prima dell’inattesa scomparsa, apre le porte del suo studio a Kürten e si sofferma con entusiasmo sull’Okteg, spazializzatore ottofonico ideato dai tecnici dell’Experimental Studio for Acoustic Art di Freiburg per la realizzazione di “Cosmic Pulses” (l’ultimo lavoro elettronico, presentato a Roma nella scorsa primavera durante il Festival Dissonanze), dimostrandosi ancora aperto e curioso rispetto agli attuali sviluppi della tecnologia.

Un ultimo, significativo, spazio di riflessione è dedicato alla diffusione delle netlabels, con una videoconferenza che vede protagonisti alcuni esponenti delle più importanti realtà italiane del settore, come Luca Sciarratta e Giuseppe Cordaro di rudimentale, Fabio Battistetti di Chew-Z e Filippo Aldovini per Zymogen.

I partecipanti all’incontro sottolineano l’indipendenza rispetto alle logiche del mercato che caratterizza l’attività delle etichette operanti nel web, grazie alla disponibilità di materiali scaricabili gratuitamente dalla rete e alla visibilità internazionale offerta agli artisti sulla scena “virtuale”.
Non viene trascurato, peraltro, il supporto fisico: ai files digitali si affiancano spesso CD-R assemblati a mano e successivamente messi in vendita, in tiratura limitata, a un prezzo contenuto.

Sebbene sia emersa qualche perplessità, che si appuntava soprattutto sull’ascolto spesso distratto e frettoloso degli affetti da “sindrome del download”, sullo standard artistico di livello non sempre elevato – e in genere appiattito sul settore minimal-techno (non è il caso delle tre labels presenti) – sulla perfettibilità della qualità audio (non sempre sono disponibili download in formati compressi senza perdita, come FLAC o APE) e, non ultima, sulla questione della redditività per i musicisti, il fenomeno merita di essere seguito, con tutte le implicazioni collegate alla tutela della proprietà intellettuale (per la quale sono da anni utilizzabili le licenze Creative Commons ) , a fronte degli sviluppi rapidissimi della rete e della crisi dei tradizionali mezzi di distribuzione della musica.
Per ulteriori approfondimenti sulla materia, che qui non possono essere svolti, rimandiamo alle tante risorse disponibili in internet: un’ottima guida introduttiva si trova nel sito Netlabels.org .

Noi ci siamo avventurati, per il momento, tra i files resi scaricabili dalle tre netlabels partecipanti a Live!iXem, e abbiamo riscontrato proposte musicali quasi sempre ragguardevoli: il nostro apprezzamento va ai paesaggi sonori, inquieti e avvolgenti, disegnati da Tiziano Milani per Chew-Z con “suoni:oggetti:risonanti“, senza dimenticare l’attenzione di Rudimentale (una parte dei cui materiali è scaricabile anche in formato Ogg) verso le realtà nazionali emergenti) e l’accuratezza grafica di Zymogen, che oltre a lanciare artisti ormai piuttosto noti, come il colombiano Lezrod, aka David Velez, offre le tracce sia in mp3 sia in FLAC.

Audio-visual screenings

Un’ampia parte della rassegna è dedicata alle proiezioni audio-visive,culminate con la presentazione delle cinque opere vincitrici del contest Live! iXem 2007.

La varietà dei linguaggi è talmente vasta – inversamente proporzionale, purtroppo, al tempo disponibile per coglierne in profondità le poetiche sottese, data la breve o brevissima durata delle clip – da rendere impossibile l’analisi delle diverse proposte.

A rendere ancora più problematico l’avvicinamento a questi materiali sono l’immaterialità e l’intangibilità, connaturali alla visione di un DVD, che evocano l’illusione nietzschiana (piuttosto frustrante, in questa occasione), di una “bellezza innalzata tanto al di sopra del mondo sensibile che ne dimentichiamo le radici terrestri, umane”.

Si inizia con una carrellata di video, con i quali gli israeliani Liora Belford e Ido Govrin illustrano il festival Laptopia, da loro fondato a Tel Aviv nel 2005, ponendo in apertura e in chiusura della serie due propri lavori realizzati insieme, in qualità di componenti del duo Duprass.

“Free Fields”, opera audio-video della coppia (di cui si può trovare un estratto su My Space), mostra paesaggi desertici che si stagliano contro il cielo, dove passano armenti e automobili (a mostrare la ricchezza di contenuti e significati solitamente non associati a questi non-luoghi apparentemente “vuoti”). Le immagini, e parimenti i suoni – scomposti, moltiplicati e riassemblati, tramite un processo minuzioso e potenzialmente infinito di distorsione e ricomposizione -aprono all’occhio e all’ascolto prospettive percettive sempre nuove e molteplici.

Un gioco di grande suggestione e raffinatezza, che si apprezza in maniera più lineare, quasi narrativa, nell’ambiendazione edenica di Limbo Sketches, dove lo sguardo si posa sui corpi nudi, ma quasi disincarnati, di un bimbo e di una donna, e sulle delicate trame intrecciate dagli elementi naturali: i piani sequenza e le carrellate creano una dialettica continua tra stasi e movimento, mentre un’ipnotica stratificazione sonora insinua un’aura oniroide, sospesa nel limbo tra figurazione e astrattismo.

La selezione di opere da Laptopia mostra livelli qualitativi diseguali, in cui alle estatiche melanconie della premiata ditta James Elaine & William Basinski si affiancano gli asettici impulsi minimali di Alva Noto (al secolo Carsten Nicolai), ma anche lavori dall’impronta meno sperimentale, come i rumori iperbolicamente amplificati da Ori Levin, e i giochi iconici di Dienststelle accoppiati alle decorazioni sonore di Jan Jelinek.

Decisamente distanti dai materiali raccolti da Liora Belford e Ido Govrin, sia dal punto di vista poetico sia per quanto riguarda i presupposti alla della loro concezione, sono i lavori riuniti in Zerofeedback vol. 01, produzione DVD a cura di Giovanni Artigliano, aka Selfish, per il progetto DJCINEMA , ideato da Alessio Galbiati e Paola Catò.

L’attitudine non è prettamente sperimentale, l’idea di fondo non è di presentare opere in cui la creazione della componente visuale e quella della parte sonora procedano di pari passo, bensi di associare a brani estrapolati da una compilation dell’etichetta giapponese Dejine-rec altrettanti videoclips.

Per quel che concerne le realizzazioni video, è da apprezzare la buona varietà caratterizzante il lavoro sull’immagine, che spazia dalle animazioni computer-generated di Blanche, Selfish, Zava e dei francesi Sl-Co, al cortometraggio surreale di Rino S. Tagliaferro, sino alle stranianti proiezioni filmiche ri-contestualizzate da Valentina Besegher su una coppia di piedi femminili.

I percorsi tracciati dalle immagini, spesso non lineari e felicemente ambigui – come le allucinate distorsioni di Matteo Bava e le astrazioni di Maria Luisa Crisponi – sfuggono, per lo più, alla prevedibilità dei ritmi squadrati e alla ripetitività delle melodie, che attingono in maniera alquanto convenzionale all’ hip hop, alla house e alla minimal techno.
L’intento è, per questi artisti, quello di suggerire fluide associazioni con la traccia audio, laddove Influx si relaziona ad essa con un sincronismo serrato.

Malgrado le perplessità suscitate dalla componente sonora, questa raccolta costituisce uno spaccato significativo sul lavoro di alcuni validi artisti italiani operanti nel settore del video.

Una più compiuta integrazione sinestetica caratterizza, sul versante sperimentale, due produzioni DVD di Digicult – progetto culturale, oltre che autorevole net-magazine, sull’arte elettronica e i nuovi media -, che raccolgono diversi materiali audiovideo (riconducibili alla video-arte, all’animazione, all’installazione, al video clip) recentemente presentati a prestigiose rassegne internazionali.

In “Visual Muzik” (antologia realizzata nel 2006 da Marco Mancuso per il festival romano Dissonanze) e +”39: Call for Italy” (curata da Claudia D’Alonzo per l’edizione 2007 del festival Cimatics di Bruxelles), infatti, la scommessa di sottrarre l’opera di alcuni noti artisti-performers al contesto fisico-esperienziale di una situazione live o installativa, approda quasi sempre all’esito felice di trovare un denominatore comune al suono e all’immagine, senza lasciare l’impressione di limitatezza o incompiutezza.

Un dialogo proficuo e aperto tra i due fronti si instaura, per esempio, nelle proliferazioni segniche, verbali e sonore estratte dagli spazi di San Siro e risemantizzate dal collettivo fiorentino Ogi:no Knauss in Quantize This.

In Animula, lavoro concepito dai milanesi di Otolab come installazione audiovisiva sonorizzata con un sistema 5+1, audio e video costituiscono i due volti di un’ossessione circolare, che, se da una parte si avviluppa tra reticolati spiraliformi e impulsi luminosi sempre più densi, sull’altro versante si evolve tra cupi fondali risonanti, rumori metallescenti e intermittenze sempre più serrate. Davvero suggestivo.

L’interesse per la circolarità, indagata però nella sua dimensione percettiva-temporale, emerge come straniante claustrofobia in “Sodium Pentathol” di ZimmerFrei, un unico piano-sequenza che, tramite un camera car, percorre e ripercorre nella notte un anello stradale formato da semafori, tunnel e viali di Bruxelles.

Ad arricchire il panorama della creatività italiana, citiamo tra i lavori più evocativi “Oakland”, del gruppo Mylicon/EN, lavoro basato sulla smaterializzazione di immagini e suoni di origine televisiva verso forme astratte, e le poetiche visioni controllate a partire dal suono nel video “Am i Born?”, di Fabio Franchino.

Nel panorama internazionale raccolto in Visual Muzik si avverte lo stesso intento di generare fra suono e immagine una feconda e polisemica interazione, qualità che spicca soprattutto nella delicata essenzialità di Ryoichi Kurokawa e nelle ambigue trame psichedeliche create, tramite algoritmi generativi, dalla collaudata coppia Jeffers Egan & Jake Mandell.

Al filone della generative art sono riconducibili le astratte simmetrie disegnate da TeZ, alias Maurizio Martinucci, di cui viene presentato all’interno di Live!Ixem, come lavoro a sé stante, il progetto “Optofonica” (sul cui sito è reperibile un breve trailer), probabilmente la più suggestiva tra le raccolte audio-video inserite nel programma.

TeZ, classe 1968, è un artista a tutto tondo, che, dopo studi al Centro di Sonologia Computazionale” di Padova e al Centro Tempo Reale di Firenze ed esperienze nel settore mixed media (in particolare con il Sub Multimedia Research Lab di Roma), dal 2002 vive e lavora in Olanda, dove approfondisce lo sviluppo di forme sempre più compiute e dinamiche d’integrazione fra video e audio.

Con l’ausilio di software generativi di propria creazione, l’artista opera in modo che siano gli stessi parametri sonori a modificare in tempo reale quelli visivi, avviando un processo di continua trasformazione e ibridazione fra i due elementi.
Esempi della fertile fusione di differenti piani percettivi sono l’installazione acusmatica VillaLogicaSonora e alcuni progetti di pittura e cinema generativi, noti come Protoquadro e Generative Live Cinema.

Per Optofonica, ulteriore sviluppo dell’indagine di TeZ – indirizzato verso soluzioni sinestetiche più elaborate e innovativi metodi di spazializzazione e destinato a una molteplicità di contesti (dalle installazioni per architetture concepite ad hoc, alla live performance, alla produzione di DVD) – sono stati coinvolti personaggi autorevolissimi, tra i quali bisogna ricordare, oltre ai già menzionati Kurokawa e Otolab, almeno i nomi di Scanner, Kim Cascone e Jason Graham, con i quali TeZ ha imbastito, negli anni, numerose collaborazioni.

Assistiamo quindi a brevi clips, che illustrano nitidamente le diverse modalità di intendere il rapporto fra aspetto visivo e componente aurale confluite in Optofonica.

Le fluide onde videosonore concepite da Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand in “Ten Thousand Peacock Feathers in Foaming Acid” si contrappongono alla minacciosa tridimensionalità pensata da Telcosystems per “ScapeTime”; laddove l’ enigmaticità delle giustapposizioni tra concreto e astratto concepite da Ryan Jeffery e Scanner in “Waterfall” diventa entelechia – apparente ma non meno misteriosa – in “EM#3”, ingegnosa combinazione di Kanta Horio tra elettromagnetismo e ambiente MAX/Msp.

“Raindrops #7” fonde alle simmetrie visuali di TeZ e Jason Graham i graduali addensamenti elettronici di Kim Cascone, lasciando emergere la sottile ambiguità in cui elemento naturale ed elaborazione digitale diventano parti indissolubilmente legate di un medesimo processo, così come, in “Mount Magnet”, Kaffe Matthews associa a uno sfocato ambiente vegetale un aggregato di textures sonore sempre più imponente.

Optofonica si presenta, quindi, come un progetto certamente eterogeneo nei risultati, ma al tempo stesso improntato a un comune intento sperimentale condiviso dai soggetti coinvolti, di cui andranno seguiti con attenzione i prossimi sviluppi, possibilmente nella dimensione live, senza dubbio la più consona a cogliere le specificità dei singoli contributi (peraltro neanche troppo sacrificati dalla riproduzione stereofonica sullo schermo).

Diversa, invece, la questione per alcuni dei lavori vincitori del contest Live!iXem 2007, designati, con una singolare procedura antiverticistica, dagli stessi partecipanti al concorso, ai quali è stato chiesto di inserire i propri materiali nell’apposito Podcast e di assumere il ruolo di giurati di se stessi e degli altri candidati

La presentazione delle opere selezionate in forma di proiezioni audio-video, ha comportato un’inevitabile perdita sul piano dell’incisività e della piena intelligibilità per le opere concepite in vista della realizzazione e fruizione dal vivo.

Non sempre, e non per tutti, valgono le perplessità appena citate: Going Home, per esempio, per quanto sia assente l’intervento sonoro in tempo reale di Jean de La Jovenc (nome d’arte di Giovanni Dal Monte), può comunque essere gustato come un cortometraggio (realizzato da Devis Venturelli) dal forte impatto evocativo, incentrato su un fantasmatico percorso tra tra vapori, polveri e sabbie, la cui vena surreale è accentuata dalle distorsioni elettroniche sempre incombenti sulla stranita sezione fiati di una big band. Il suono, da spiazzante colonna sonora, muta di ruolo in EXEAIO (Draw 01): qui Kuri.O e 8080, artisti attivi nell’area bolognese raggiungono una compenetrazione precisa tra video ed audio, coinvolgendo paritariamente geometrie e ritmi, in un gioco di astratta allucinazione.
L’assemblaggio delle due componenti in un contesto non performativo lascia, però, un senso di schematicità e di rigidezza, che l’elaborazione del segnale in tempo reale mediante interfacce MIDI – previste dal progetto nella sua forma compiuta – avrebbe probabilmente fugato.

Problemi analoghi si frappongono, in maniera ancora più evidente, alla fruizione di B-Light , complesso lavoro multidisciplinare che coinvolge le immagini di Headvision (aka Roberto Zitolo), i suoni di Eniac (alias Fabio Battistetti, già protagonista della videoconferenza sulle netlabels sopra ricordata) e le coreografie di Nadessja Casavecchia.
Si tratta, infatti, di un happening interattivo, nel quale s’intrecciano i giochi di luce creati tramite led dai perfomers (e, in una misura, anche dal pubblico) su uno schermo, nel quale la figura e i movimenti della danzatrice vengono sottoposti a un suggestivo lavoro di Digital Live Processing mentre il segnale audio, controllato in tempo reale, arricchisce la scena con interferenze in continua permutazione: naturale che, staccato dal suo “habitat” improvvisativo, il progetto perda una parte rilevante della sua suggestione.

Analogamente, la circolarità spaziotemporale esplorata da Antonella Pintus (aka Anna Bolena) in Ferseht(o)urm – che assembla registrazioni di voci e suoni effettuate sul campo al panorama crepuscolare ripreso dal ristorante rotante della Torre della Televisione di Berlino – viene “amputata”, sul piano percettivo ed emozionale, dalla sola proiezione frontale.

Live performances

Nel ristretto numero degli appuntamenti dal vivo ospitati dall’atelier La Lucciola, si ha, fortunatamente, la possibilità di apprezzare nella sua integralità l’opera dell’artista sarda, attualmente di stanza in Germania: oltre alla visualizzazione sullo schermo centrale, altri due filmati vengono proiettati sul soffitto e su una parete laterale, in una sorta di loop concentrico.

L’azione dell’artista dal vivo, che integra i suoni digitali elaborati tramite laptop a quelli analogici manipolati a partire da piatto e vinili (in forza dell’esperienza maturata nel djing), mette in evidenzia la natura non soltanto circolare, ma anche centrifuga, se non deliberatamente frammentaria, del lavoro.
Alla stasi malinconica dei monumenti e delle luci serali si affianca, infatti, l’intreccio di detriti sonori raccolti da più fonti: interferenze elettroniche, suoni raccolti da persone e ambienti, rumori urbani si giustappongono alla distorta magniloquenza wagneriana e a brandelli di musica sacra, deformati e demistificati in una dissociata – ma viva e pulsante – eterofonia.

Di tenore diverso, il concerto con il quale Andrea Valle può fornire una dimostrazione pratica delle possibilità di sintesi e trasformazione del suono fornite da GeoGraphy, il sistema informatico di sintesi e manipolazione sonora realizzato con SuperCollider e presentato poche ore prima in sede laboratoriale.
Ai suoni generati dal laptop di Valle si uniscono le immagini create e proiettate dalla videoartista svizzero-americana Ursula Scherrer, di recente apprezzata a Milano, dove è stata artist in residence insieme a Katherine Liberovskaya e al grande compositore Phill Niblock presso O’artoteca. Le liquide geometrie di Scherrer fluttuano liberamente, tra le tende traforate, come filamenti pulsanti, sottoposti a un gioco di ipnotiche iterazioni e di variazioni coloristiche tanto sobrio quanto evocativo; la sintesi sonora di Valle, per contro, è un accumulo graduale di elementi che si approssima via via alle soglie dell’entropia, un calibrato assemblaggio di grani la cui magmatica densità è amplificata dalla spazializzazione.

Non mancano momenti in cui il confronto tra l’ “astrazione lirica” di Scherrer e le complesse textures di Valle diventa reale sintonia per quanto concerne le modalità di strutturazione dello spazio e del tempo, nonostante – complice l’estemporaneità di questo incontro (il primo in assoluto fra i due artisti) – una certa meccanicità e uniformità timbrica, riscontrabili a tratti nei suoni (specie nei primi due brani, ben riscattati, almeno sul piano percettivo, dalla plastica improvvisazione conclusiva), rischino di imbrigliare la cangiante levità delle immagini, che sembrano viceversa guidate dal respiro flessuoso di una danza (area nella quale l’autrice si è cimentata per anni, prima di dedicarsi alla fotografia e al video).

Ancora più orientati verso la fusione tra differenti campi percettivi sono gli intenti perseguiti, lungo un percorso più che ventennale, dall’olandese Peter van Bergen, fondatore del prestigioso LOOS Ensemble (nato in seno all’omonima fondazione, con sede all’Aja, e dedicatario di lavori composti da illustri personaggi, come Louis Andriessen, Tom Johnson e Guus Janssen tra gli altri), presente a Palermo con due differenti progetti.

In “PDQ^D” Bergen mostra la sua doppia anima, in qualità di estroverso improvvisatore ai sassofoni tenore soprano ma anche di inventivo creatore di suoni digitali, affiancato in entrambi i casi dall’ottima artista visiva Petra Dolleman.
Quest’ultima accompagna le elucubrazioni strumentali del partner dapprima con incisive macchie d’inchiostro nero stese all’istante sul foglio bianco e proiettate sullo schermo, dando vita a un’interazione essenziale ed efficacissima.
Quando il sassofonista prende posto alla workstation per un set completamente elettronico, Dolleman inizia ad animare immagini digitali sempre più sofisticate, dando prova di un’impressionante cura del dettaglio e di un’agilità pari a quella di Bergen, il quale, tuttavia, inserisce nel flusso sonoro schegge drum & bass piuttosto fuorvianti, al limite della banalità.

Nella seconda parte della serata entra in scena la Loos Electro Acoustic Media Orchestra, filiazione più apertamente “intermediale” del LOOS Ensemble, in cui a Bergen si aggiungono Anne La Berge (al flauto e live electronics) e Jan-Bas Bollen (che affianca al basso elettrico la manipolazione in tempo reale del video).
L’esibizione del trio combina elementi piuttosto eterogenei, trascendendo, grazie a una complessa rete di live processing, le rigide differenziazioni tra improvvisazione e scrittura, e finanche quelle tra i performers, che frequentemente si scambiano e “processano” reciprocamente i materiali.
L’evoluzione dei brani è caratterizzata da un alto tasso di imprevedibilità, riscontrata nei bruschi crescendo dinamici (in cui i fruscii più sommessi del flauto si trasformano improvvisamente in travolgenti maelstrom umoristici) o negli inediti raccordi sviluppati sul momento da Jan-Bas Bollen tra il suono distorto della sua chitarra-basso e le allucinate immagini belliche che compaiono sullo schermo. Testi allusivi e metaforici, tra poesia e fiaba “nera”, arricchiscono ulteriormente l’impasto di segnali e sollecitazioni audiovisive, già di per sé piuttosto composito, rischiando di condurlo alla saturazione e lasciando, in più punti, in ragione di tanta abbondanza, l’impressione di un esibizionismo tecnologico un po’ fine a se stesso.

Più misurato lo spettacolo finale del festival, che vede protagonista il gruppo francese Sensors_Sonics_Sights, che vede coinvolti Cécile Babiole e Laurent Dailleau (oltre ad Atau Tanaka, purtroppo assente a Palermo).

Ciascuno dei performers, avvalendosi di un complesso di sensori e dell’ormai arciusato sistema Max/MSP, trasforma i propri gesti in immagini (Babiole) e suoni (Dailleau).
Ottima l’intesa tra i due, intenti a far convergere la densità degli eventi visivi e acustici verso il medesimo punto di equilibrio, a tratteggiare impalpabili continuum astratti e a condurli verso coalescenze di volta in volta geometriche, grumose o collassanti nel caos.

Se qualche perplessità desta la non perfetta corrispondenza tra movimento e immagine nel caso della Babiole (le bastano piccoli gesti delle dita per determinare cambiamenti considerevoli nelle figure) e in misura minore per il theremin controllato da Dailleau, resta comunque apprezzabile lo sforzo di rendere vivo ed emozionalmente coinvolgente il lavoro audiovisivo.

Ed è proprio su questo punto che si auspica una sempre maggiore attenzione nell’ambito di Live!iXem, magari con serie più strutturate di incontri con i protagonisti delle performances, sia di carattere specialistico sia di taglio informale, in modo da rendere la loro opera meglio fruibile e comprensibile a un pubblico peraltro già piuttosto preparato.

Un discorso che ci sembra imprescindibile nel campo delle arti digitali, dove – per riprendere le parole di Stockhausen nella citata intervista rilasciata a Tech Stuff – se è innegabile che “il contatto fisico con l’apparecchiatura è primitivo, perché ci sono solo fader”, è altrettanto vero che “sotto ogni fader c’è un mondo di misteriosi impulsi e di informazioni digitali, che cinguettano”.

E se Live!iXem diventasse non dico un minuzioso quanto paludato trattato di ornitologia, ma una piacevole e istruttiva passeggiata tra le foreste di bit, che consenta di apprezzarne più consapevolmente la poesia?

Per ora non ci resta che segnalare i risultati fin qui conseguiti… con pochi mezzi e molto impegno.

(pubblicato il 23.01.2008)

Visita i siti di iXem e Antitesi

Le immagini di Otolab e Duprass sono tratte dai rispettivi siti.
Il fotogramma da Ferseht(o)urm è di Antonella Pintus.
Le fotografie sono di Alessandro Prestipino, Ermes Rosina e iXem.

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1 commento

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