Greenaway al festival Fenice: “Rivoluziono il cinema”

Greenaway al festival Fenice: “Rivoluziono il cinema”
A Poggibonsi, in provincia di Siena, il regista porterà una nuova provocazione: il suo film ‘Le valigie di Tulse Luper’ diventerà una ‘vj performance’, con le varie sequenze rimontate dallo stesso Greenaway al momento

di Giovanni Boganni (QN, 9/10/07)

Amsterdam, 6 novembre 2007 – «Sono un film-maker eccentrico, e il mio nome è Peter Greenaway. Il mio nuovo progetto è un progetto polemico e missionario: rivoluzionare il cinema». Peter Greenaway, 65 anni, nato a Newport, Galles, vive da anni in Olanda. «E’ un paesaggio perfetto: piatto, due terzi di cielo e un terzo di terra»; venerdì a Poggibonsi, in Toscana, Greenaway porterà una nuova provocazione. Una ‘vj performance’, cioè il suo film ‘Le valigie di Tulse Luper’ che diventa un videoclip: proiettato su sei schermi al plasma allestiti nel cinema, con le varie sequenze rimontate dallo stesso Greenaway al momento. Una performance ‘live’ a partire da un film.

Ci spiega questo nuovo progetto?
«E’ semplice. Il cinema è morto, viva il cinema. Noi siamo abituati a vedere i film in un modo primitivo, arcaico. Che cosa ci fanno delle persone sedute al buio, a guardare fisso davanti a sé, per due ore? Sembriamo animali nella tana. Io ho voluto creare qualcosa che sia differente ogni volta che la vedi. “Titanic” è terribilmente uguale ad ogni visione: il mio film no».

Peter Greenaway sarà ospite del festival ‘Fenice’, dedicato alle nove arti. E nessuno meglio di lui incarna l’ideale dell’artista totale, quello che nel Rinascimento era rappresentato da Leonardo. Pittore prima ancora che regista, autore di libri, realizzatore di performance tra teatro e cinema, autore di mostre multimediali, cultore dell’arte segreta e antica della calligrafia.

‘Le valigie di Tulse Luper’ è un film con immagini multiple sullo schermo, grafie, numeri, sovrimpressioni, disegni, fumetti…Aveva già voglia di un altro modo di fare un film?
«Semplicemente, ho sfruttato le potenzialità della immagine multipla, che è molto vicina alla nostra esperienza umana. Noi quando camminiamo per strada, leghiamo il nostro presente alla immaginazione del futuro e alla nostra memoria. La moltiplicazione dell’immagine è più realistica rispetto ai film come “Casablanca”, dove tutto è lineare».

Le piace la tecnica del collage, nel cinema?
«Il principio del collage è stata un’innovazione fondamentale nella pittura delle avanguardie. Come in Picasso e in Braque. Io sono andato avanti: ho applicato l’idea di collage al film».

La rassegna di Poggibonsi ‘L’arte di Peter Greenaway’ culminerà con un incontro con il regista inglese giovedì alle 16, e con la performance video di venerdì. Giovedì alle 21 verrà proiettato il suo ultimo film, ‘La ronda di notte’, passato anche all’ultima Mostra di Venezia. «Nel caso di quest’opera — continua Greenaway — mi interessava sfruttare le potenzialità del quadro di Rembrandt ‘La ronda di notte’. L’ipotesi è che in quel quadro sia rappresentato un crimine. Tutti gli elementi della scena del crimine sono lì, nel dipinto. E vanno soltanto investigati».

Che tipo di pittore era Rembrandt?
«Era un pre-cineasta. Con i suoi quadri fermava il movimento. In pratica, aveva inventato il cinema con due secoli di anticipo. Se vivesse oggi, sarebbe un mélange tra Mick Jagger e Bill Gates. A 23 anni era famosissimo, ricchissimo, alla moda. Ma dopo aver dipinto “La ronda di notte”, cominciò a perdere tutto: soldi, fama, posizione sociale».

Tutto per colpa di quel quadro?
«Quel quadro racchiude un mistero criminale. Ci sono, in quella immagine, almeno cinquanta questioni segrete. Io sono così arrogante da dichiarare che le abbiamo decifrate tutte».

intervista a cura di Giovanni Bogani

http://www.tulseluperinturin.net
Fenice International Nine Arts Festival

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2 commenti

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