NUMEROZERO – mercoledì 27 dicembre ore 21 @ S’agapò (Milano)

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Il DJ: artista e professionista

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Il nuovo ruolo socio-musicale esercitato dal DJ si associa da un lato alla valorizzazione del mix, trasformazione simbolica a cui si attribuiscono nuovi significati di carattere artistico. Dall’altro lato la trasformazione del DJ in produttore musicale gli ha permesso di fare ingresso nel mercato discografico, cosa che ha conferito un nuovo prestigio simbolico alla pratica del djing come professione.

In questo modo il DJ non è più concepito come semplice mediatore, come un attore intermediario che proietta l’ombra di arti artisti, bensì come un autore, capace di realizzare le proprie creazioni a partire da diversi materiali sonori che acquisiscono significati propri.

Questo processo ha trasformato la distinzione tradizionale tra ruoli creativi e ruoli tecnici, implicando un mutamento nello stesso concetto di musica. Così, per comprendere questi nuovi processi, bisogna abbandonare le categorie tradizionalmente utilizzate per definire il musicista, poiché sono divenute inappropriate nell’analisi delle nuove professioni musicali. Le professioni atistico-musicali cambiano definizione nel momento in cui si introducono nuove tecnologie produttive. Nel momento in cui nuove tecnologie si fanno strumenti creativi e se ciò viene socialmente riconosciuto si modifica la concezione tradizionale di cosa sia un musicista e, più in generale, un artista. Tale mutamento ha fatto sì che anche certe categorie meno visibili, come il DJ, abbiano raggiunto una posizione di maggior rilievo nel campo della creazione artistica.

Manifestazioni dell’ascesa della nuova professionalità artistica del DJ (e del DJ di musica techno in particolare):

1) Aumento del suo grado di visibilità sulla stampa musicale, dove crescono di numero e rilievo gli articoli che ne valorizzano le qualità artistiche. Un processo che è andato di pari passo con la progressiva visibilità che il DJ ha acquisito sugli annunci ed i flyer delle serate nei club e nelle discoteche.

2) Nascita di imprese dedicate al management e alla promozione di eventi dove si esibiscono i DJ. Progressiva professionalizzazione di queste pratiche.

3) Ampiamento degli spazi dove suonano DJ. Dai luoghi tradizionali come radio e discoteche il DJ si esibisce in musei, piazze e stazioni, music halls. Spazi tipicamente culturali si aprono a dj-set e live-set, conferendo a questo tipo di performance nuovo valore artistico.

4) La professione del DJ si articola in sessioni, in ‘set’. È un aspetto legato al processo di riconoscimento artistico del DJ, non più visto come figura stabile di una discoteca, ma come artista itinerante.

5) La proiezione itinerante della professione si è accompagnata con la presa di controllo del materiale artistico. Mentre prima era la discoteca a comprare i dischi, ora il DJ è proprietario dei dischi che suona, la sua materia prima creativa, che porta con sé ovunque si esibisce.

6) Il riconoscimento artistico ha comportato un miglioramento economico della professione del DJ, più remunerata.

7) Nascita di scuole per diventare DJ.

La professione artistica del DJ è manifesto di una nuova cultura. Si spezza l’ideologia per cui la tecnologia deprivi la produzione di musica della qualità creativa. La tecnologia è strumento artistico innovatore. La CULTURA del DJ esprime una propria idea di autenticità: la creazione si misura con la reazione del pubblico, la composizione non è anteriore all’attuazione ma scaturisce dall’interazione con chi ascolta. La performance del DJ è creazione di forme musicali dotate di un’aura unica, sentite come originali ed irripetibili, sempre diverse e legate all’istante in cui sono vissute dall’artista e dal suo pubblico.

Mónica Ruz Satorras, ART, TECNOLOGIA I NOUS PROCESSOS CREATIUS. EL CAS DELS DJ, in “Revista catalana de sociologia”, 10 (1999), pp. 133-149.

DJCULTURE slide

Maestro di Josell Ramos, 2003

MAESTRO

USA, 2001, digitale, colore, 89′.

Producer – director – writer: Josell Ramos
Editors: Josell Ramos, Eric Moorman
Associate Producers: Kervyn Mark, J J Dorsett, Edmar Flores
Contributing Editors: Sara Kraushaar, Chad Smith
Music by: Antonio Ocasio, Jephte Guillaume, Michael Cole (SlamMode)
Music Arranger: Jephte Guillaume, Michael Cole
Music Editor: Josell Ramos
Music Mix: Jim Albert
Post Sound Mix: Christopher Fina
Contributing Post Sound Mix: Brian Beatrice, Joe Deihl, Aaron Diecker
Online Editor: Sean Tyroler
First-assistant editor: Kervyn Mark
Assistant Editors: Edmar Flores, Luis Mattos, Caroline Dennis

IL DOCUMENTARIO               
di Josell Ramos

Maestro è il primo film documentario, realizzato in 4 anni, che ripercorre le origini della Musica Dance Underground, la storia dei suoi protagonisti, di chi ha dedicato la propria vita a una cultura che si sarebbe diffusa in tutto il mondo divenendo ciò che noi chiamiamo Dance Music Culture [DJCULTURE]. Maestro è un viaggio nella club scene della New York di fine anni ‘60 fino agli anni ‘80, periodo in cui la città vide la nascita di questo movimento, in cui la figura del DJ sostituì il jukebox, aprirono i battenti i primi club come il Sanctuary, il The Gallery, e soprattutto il The Loft ed il Paradise Garage le cui rivoluzionarie caratteristiche sono state la base dei party di tutto il mondo.
Maestro fornisce un intenso ritratto dei protagonisti della dance scene e focalizza l’attenzione su due figure in particolare, Larry Levan, DJ del Paradise Garage e David Mancuso, DJ e fondatore del party The Loft. Veri e propri “pionieri della consolle”, fra i padri fondatori di questo movimento, sono ancora oggi considerati leaders nella Club Culture. Le parole di un altro fra i protagonisti, Frankie Knuckles, ben riassumono l’importanza di questi due clubs “The Loft set it all up and the Garage made it real” (Il Loft ne pose le fondamenta e il Garage lo ha reso reale”).
Maestro include altre figure fondamentali della scena dance come Francis Grasso, considerato primo DJ nella storia dato che lui ebbe l’idea di suonare due dischi contemporaneamente, Nicky Siano DJ del club The Gallery , Frankie Knuckles, Tony Humphries, Tom Moulton, Little Louie Vega, Francois K, Danny Tenaglia, Danny Krivit, Jellybean, Derrick May e molti altri.

Attraverso le testimonianze di DJs, promoters e club people, Maestro ricrea le magiche atmosfere e gli indimenticabili momenti creati da questi moderni Maestri che sono rimasti nel cuore di moltissime persone di cui hanno influenzato e cambiato la vita. “Non ho mai trovato un locale simile” o “ Ha cambiato la mia vita”, frasi queste riferite a dei club che non erano solo locali da ballo ma luoghi sacri, dove ritrovarsi e recuperare le energie e sentirsi liberi dalle costrizioni della società.
Inclusi nel documentario sono filmati esclusivi, mai prima d’ora visti, del Paradise Garage, del The Loft and del The Gallery, oltre che all’unica intervista rilasciata da Francis Grasso.
Maestro si differenzia da altre pellicole, più o meno dedicate al tema della dance culture, per il suo approccio veritiero e personale, che non tralascia di documentare le tematiche sociali di quel periodo ed alcuni tragici eventi che hanno profondamente cambiato la club scene, come la diffusione dell’AIDS.
Maestro vi porterà in questo mondo segreto attraverso un estetica cruda e un ambientazione fatta di luci naturali che rispecchiano il vero “look dell’Underground”.
Maestro Official WebSite – Translated by Gaia Somasca – ©1998-2003 Artrution Productions >>> LINK

IL REGISTA                            
Maestro è stato scritto, diretto e prodotto da Josell Ramos, regista al suo primo film, nato a Cuba e cresciuto a New York. Ramos ha dedicato i suoi primi anni alla fotografia e al design, campi in cui ha ottenuto i primi riconoscimenti come artista emergente. 4 anni fa Josell iniziò a scrivere il tema di un programma per un canale televisivo via satellite, l’argomento era il mondo della musica dance underground. Mentre svolgeva le ricerche Josell scoprì una moltitudine di storie ed eventi mai raccontati. Le prime persone che intervistò furono Nicky Siano e David Mancuso, due DJs leggendari considerati fra i padri fondatori di questo movimento. Ramos decise così di lasciare lo show che avrebbe dovuto produrre e concentrare le sue energie nella realizzazione di Maestro, il primo documentario sulla musica dance underground.

Millennium Mambo di Hou Hsiao-Hsien, 2001

MILLENNIUM MAMBO     
Qianxi manbo       

Francia/Taiwan, 2001, 35mm, colore, 119′ (101′ DVD)
regia Hou Hsiao-Hsien
sceneggiatura Chu Tien-wen
scenografia Hwarng Wern-ying
fotografia Lee Ping-bing
montaggio Liao Ching-sung
musica Lim Giong, Yoshihiro Hanno
sound design Tu Duu-chih – Kuo Li-chi
costumi Wang Kuan-i
trucco Liao Shu-jen
produttori Chu Tien-wen, Eric Heumann
produttori esecutivi Hwarng Wern-ying, Gilles Ciment
produzione Paradis Films, Orly Films, 3H Productions
cast Shu Qi (Vicky), Jack Kao (Jack), Tuan Chun-hao (Hao-hao), Takeuchi Jun (Jun), Takeuchi Ko (Ko), Niu Chen-er (Doze), Kao Kuo-guang (Godi), Chen Yi-hsuan (Xuan), Jenny Tseng (Jenny), Tramy Wat (Tramy), Jo Jo Huang (Jojo), Huang Hsi (Jessie-k)

PREMI                                     
Technical Grand Prize – Cannes Film Festival 2001.
Silver Hugo – Chicago International Film Festival 2001.
Best Director – Flanders International Film Festival 2001.
Golden Horse Award (Best Cinematography, Best Original Score, Best Sound Effects) – Golden Horse Film Festival 2001.

SINOSSI                                  
Millennium Mambo è il ricordo che Vicky ha della propria vita di dieci anni prima, della sua biografia legata a due uomini, Jack e Hao-hao, estremamente diversi l’uno dall’altro. Millennium Mambo si svolge in una Taiwan d’inizio millennio cupa e claustrofobica, fra club, case private ed esistenze in cerca d’una propria dimensione. Il mambo del titolo è una musica techno che tutto copre e avvolge come la neve – meta lontana d’un approdo incerto.

IL REGISTA                              
Hou Hsiao-Hsien, sceneggiatore e regista, è nato l’8 Aprile 1947 a Meixan, nella provincia del Guangdong (Cina). È considerato il maggiore autore della cinematografia di Taiwan. Si è formato presso l’Istituto Artistico di Stato di Taipei, lavorando prima come segretario di edizione e assistente alla regia, poi come sceneggiatore, soprattutto per Chen Kunhou. Nel 1980 esordisce alla regia Jiushi liuliu de ta. Ha raggiunto fama internazionale con Beiquing Chengshi (Città dolente) – premiato con il Leone d’Oro al Festival di Venezia nel 1989 – che racconta, attraverso le vicende di una sfortunata famiglia, composta dai fratelli Lin, la storia di Taiwan dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al 1949. Quest’opera in realtà fa parte di una trilogia iniziata dal cineasta nel 1985 con l’inedito A Time to Live, a Time to Die (Tempo di vivere, tempo di morire), incentrata sul periodo successivo al 1949 e terminata poi con Hsimeng Rensheng (Il maestro burattinaio), Gran Premio della Giuria a Cannes nel 1993, che invece ricostruisce gli anni dal 1895 al 1945. Tra gli altri suoi lungometraggi degli anni ’90, purtroppo mai distribuiti in Italia, ricordiamo Nanguo zaijan, nanguo (Goodbye South, Goodbye) del 1996, storia di donne e uomini sospesi tra l’isolazionismo di Taiwan e il richiamo della grande Shanghai, e Hai shan hua (Flowers of Shanghai) del 1998. Nel 2001 il cineasta taiwanese realizza una delle sue opere più importanti, Qianxi manbo (Millennium Mambo), mentre nel 2004 si è ripresentato in concorso a Venezia con Kôhî jikô (Café Lumière), di produzione giapponese. Il suo film più recente è Zui hao de shi guang (Three Time), del 2005, film in tre episodi, ciascuno ambientato in un’epoca differente e dedicati al tempo della libertà, dell’amore e della giovinezza. Attualmente è in fase di post-produzione Ballon rouge – uscirà nel 2007 – film prodotto e realizzato interamente in Francia con Juliette Binoche, Hippolyte Girardot, Simon Iteanu e Fang Song; sarà la storia di un bambino e della sua baby-sitter che condividono un medesimo mondo immaginario entro il quale sono costantemente seguiti da uno strano ballon rouge.

Quando il dj va al cinema

Con DJCINEMA vogliamo giocare a carte scoperte, evitando la spiacevole pratica (pur)troppo abbondantemente diffusa sul web di appropiarsi furbescamente di ciò che non ci appartiene.

Per introdurre la questione del rapporto esistente fra cinema e "dj culture" – oggetto del nostro DJCINEMA – riteniamo fondamentale proporvi un articolo scritto da Alex Dandi tratto dal numero 15 (giugno/luglio 2006) del magazine elettronico DIGIMAG.

DIGIMAG è un magazine elettronico con pubblicazione mensile sui temi della cultura elettronica e delle arti digitali, distribuito mediante protocollo Http 4.01, quindi mediante Internet. DIGIMAG è il magazine telematico legato al progetto DIGICULT (www.digicult.it), progetto di diffusione della cultura digitale e delle arti elettroniche in Italia. Il magazine in questione è pubblicato sotto licenza Creative Commons; nel rispetto della licenza abbiamo dunque reso ampiamente visibili tutte le coordinate web relative agli autori ed ai detentori dei diritti d’autore dell’articolo in questione.


QUANDO IL DJ VA AL CINEMA

Txt: Alex Dandi

DIGIMAG 15/Giugno 2006

URL: http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=372

In queste settimane è apparsa la notizia che Thomas Bangalter e Guy-Manuel De Homen Cristo hanno terminato un lungometraggio dal titolo Daft Punk’s Electroma che illustra l’odissea di due robot che intendono ritrovare la propria umanità.

In pratica hanno messo in immagini il concept che sta dietro il loro ultimo album in studio Human After All e a buona parte della loro estetica “furbescamente ereditata” dai Kraftwerk. Ma non è tanto dell’estetica daftpunkiana che vogliamo parlare ma piuttosto del fatto che due produttori/dj decidano di diventare registi portando in qualche modo la musica elettronica dance al centro dell’azione. Quante volte la club culture e la dj culture sono diventate cinema? Quante volte il cinema ha attinto dalla club culture per costruire le proprie storie? Quante volte la dj culture è stata trasposta visivamente in modo corretto?

Queste alcune delle domande a cui abbiamo cercato di rispondere visionando un po’ di film che in un modo o nell’altro hanno raccontato o sono stati influenzati dal mondo dei dj, dei club, dei musicisti elettronici con tutto ciò che vi ruota attorno.

Ovviamente non basta che sia presente una scena in una discoteca perché un film possa essere legato in qualche modo alla club culture altrimenti avremmo dovuto includere l’intera produzione dei Vanzina e almeno una manciata dei film di Nino D’Angelo! Così come in larga parte non si possono considerare strettamente legati alla club culture buona parte dei film di fine anni ’70 e primi ’80 che capitalizzarono il successo della disco music. Anche “Saturday Night Fever”, considerato il capostipite di questi film, in qualche modo poneva l’accento sul ballo, non tanto sulla musica o sulla figura del dj. A sancire la poca credibilità underground del film c’era il fatto che la colonna sonora fosse affidata ai Bee Gees e non ai più credibili artisti neri della musica disco del periodo. Ecco perché alla fine i film arrivati quasi un ventennio dopo sono quelli che meglio raccontano le atmosfere di quegli anni, film come 54 (1998, Mark Cristopher) e The last days of disco (1998, Whit Stillman).

Con la caduta della disco anche la figura del dj perde il suo fascino mainstream e quindi negli anni ’80 il dj è visto soprattutto come una sorta di animatore turistico alla Cecchetto o alla Seimandi e nel cinema narrativo americano il dj è solo colui che “scratcha”, il turntablist, il motore musicale del rap e dell’hip hop che conquista i giovani di ogni etnia ed estrazione sociale del periodo.

Ecco quindi che, quando l’house music e la techno sono ancora fenomeni strettamente sotterranei relegati alla sola area di Chicago e Detroit e la scena disco newyorkese è roba pericolosa per veri animali notturni al limite dell’umano come rappresentato da Party Monster (2003, Fenton Bailey, Randy Barbato) diversi anni dopo, é la breakdance a catalizzare l’attenzione dell’industria cinematografica a metà anni ‘80. Film come Beat Street (1984, Stan Lathan) e Breakin’ (1984, Joel Silberg) sono b-movies di discreto successo commerciale legati al cinema dell’exploitation.

I giganteschi ghetto blaster che diffondono electro sono quasi più importanti dei dj stessi che quegli electro breaks li producono. Gli anni ’80 stanno per tramontare, le commedie giovanilistiche iniziano a dare i primi segni di cedimento e l’universo giovanile rappresentato dalle sceneggiature di John Hughes inizia a scricchiolare. E’ la musica rap che sconfigge la new wave; è la nuova borghesia nera che sostituisce le commedie di giovani bianchi: questa è l’essenza di House Party (1990, Reginald Hudlin). La festa in casa, due giradischi e un microfono al posto dei noiosi e leziosi balli di fine anno.

Ecco quindi che nei primi anni ’90 la club culture non è praticamente rappresentata. I giovani fanno delle feste in casa secondo il cinema mainstream. Che ne è dei rave? Dov’è la summer of love dell’88? Non sembra essercene traccia. Qualche piccolo film indipendente riesce ad inserire qualche scorcio di ciò che si muove nell’underground musicale, ma è solo uno scenario, qualcosa di non ben comprensibile, quasi angosciante: roba da reitetti. Night Owl (1993, Jeffrey Arsenault) ad esempio descrive la scena degli arty club newyorkesi come qualcosa di pericoloso dove si possono incontrare addirittura dei vampiri mentre é Screamin’ Rachel ad urlare su qualche ritmo house dell’epoca.

Gli anni ’90, musicalmente parlando, tornano appannaggio del rock grazie al cosiddetto “Seattle sound” e tutto ciò che vi gira attorno a livello di hype. La house, pur nascendo negli USA, ottiene successo soprattutto in Europa ma, allo stesso tempo, in Inghilterra viene vissuta come un problema di ordine pubblico: ecco quindi che viene cinematograficamente ignorata. Siccome sono gli Stati Uniti a fare i giochi dell’universo cinematografico è ovvio che il connubio musica-giovani sia rappresentato nei primi anni ’90 da una commedia “MTV Style” come Singles (2002, Cameron Crowe).

Ma la club culture non si ferma e se è vero che è l’aspetto legato alle droghe che viene esplorato maggiormente dal cinema inglese è anche vero che a metà anni ’90 emergono i primi validi documentari che testimoniano la vera rivoluzione musicale appena avvenuta: dal francese Universal Techno (1996, Dominique Deluze) fino al fondamentale Modulations (1998, Iara Lee). A livello di cinema narrativo, invece, da una parte ci sono gli eccessi e i drammi di Trainspotting (1996, Danny Boyle) con una martellante “Born Slippy” degli Underworld che diventa generazionale, dall’altra il gioioso rito liberatorio del connubio MDMA e club culture tratteggiato senza remore in Human Traffic (1999, Justin Kerrigan), in cui serpeggia un certo buonismo di fondo in cui un ipotetico motto da comitato dei genitori sembra essere “sono strafatti, ma alla fine sono pur sempre i nostri figli e quindi dei bravi ragazzi”. Ma se in Inghilterra la club culture è ormai discussione da salotti bene, in Francia un piccolo film d’arte, intimista e sperimentale, descrive alla perfezione come può nascere un amore a un rave, dove la musica è protagonista più dei dialoghi; si tratta di Clubbed to death (1996, Yolande Zouberman).

Alla fine degli anni ’90 finalmente anche gli Stati Uniti sembrano accorgersi della presenza di numerosi rave sul proprio territorio e benché la maggior parte dei giovani siano bombardati da rock e hip hop c’è anche una rumorosa minoranza di assidui frequentatori di rave. Sono due film indipendenti a ruotare intorno all’universo rave americano si tratta di Go – una notte da dimenticare (1999,Doug Liman) e Groove (2000, Greg Harrison). Entrambi usano la rave culture come humus per sviluppargli intorno delle storie trasversali ma lo scenario di partenza è molto importante per lo sviluppo dell’impianto narrativo. GROOVE in particolare, pur essendo complessivamente meno riuscito di GO, dimostra un vero amore per ciò che è la dj culture.

Ma è in questa prima tranche di anni 2000 che sono emersi alcuni film davvero interessanti che colmano alcune lacune in tema di crossover cinema-dj/club culture. 24 Hours Party People (2002, Michael Winterbottom) parte dagli anni ’80 dei New Order per descrivere l’edonistica e selvaggia scena di Manchester di fine ’80, la cosiddetta Madchester dove house music e pop rock convivevano senza troppi problemi tra un eccesso e l’altro. It’s all gone Pete Tong (2004, Michael Dowse) si spinge oltre e costruendo un “mockumentary” intorno alla figura del dj Frankie Wilde porta sullo schermo la tecnica del mixaggio in battuta all’interno di un lineare contesto narrativo. Lo schermo si suddivide in due parti, l’audio a destra ci fa sentire il disco che suona in pista, l’audio a sinistra quello in cuffia e una dissolvenza fra pubblico e “crossfader” ci svela la magia del momento, il mixaggio perfetto. La magia del mixaggio è una questione di pochi istanti, di sfumature, di “frame”. E possono bastare pochi “frame” un solo piano sequenza, una situazione appena abbozzata per cogliere il momento: l’essenza emotiva della club culture. CI sono riusciti grandi registi in film che solo incidentalmente finiscono per avere almeno una scena di musica in un club: capolavori come High Fidelity – Alta fedeltà (2000, Stephen Frears), 25th Hours (2002, Spike Lee) e After Hours (1985, Martin Scorsese).

Sul fronte dei documentari si segnala il fondamentale Maestro (2003, Josell Ramos), quattro anni di interviste ai protagonisti dei club che hanno fatto un epoca, dal Loft al Paradise Garage fino al Warehouse: sono i maestri a dar voce alle emozioni.

Ed emerge anche un misconosciuto documentario, quasi introvabile a meno che non facciate una gita a Chicago, dal titolo The unusual suspects: once upon a time in house music (2005, Chip Eberhart) in cui il regista è quel CHIP E., autore di uno dei primo brani house in assoluto: come dire, la storia raccontata e vista dagli occhi dei protagonisti. Il dj con la macchina da presa parafrasando il titolo del celebre capolavoro dell’epoca del muto di Dziga Vertov. La macchina da presa che spiega la magia degli uomini che giocavano con le macchine del suono. Umani dopo tutto.

Dj culture. Definizione di un concetto

Defining DJ CULTURE

"Sono un dj. Sono quello che suono". David Bowie

DJ CULTURE?

Magazine, siti web e blog, radio e testi universitari ne parlano. Dj e club, clubbers e ravers, giovani ed ecstasy. Turntablism, mixing, breakbeat e scratching. Chicago house, Ibiza party, Detroit techno. Abbiamo la netta sensazione di averne esperienza.

Assumiamo che la DJ CULTURE esiste. Video 1: 4 febbraio 1999. Programma televisivo francese che attraverso un’ottima sintesi tratteggia quel che si potrebbe definire come ‘DJ CULTURE’.

Nelle comunità Afro-Americane durante i tardi anni ’60 e ’70 è emerso un modo di fare musica, un effervescente incrocio di stili soul, funk, hip-hop, dub e disco favorito dalla disponibilità di nuovi mezzi tecnologici: il mixer e del vinile 12’ extended mix. Si differenziano tecniche ed estetiche. Sorgono forme di aggregazione legate al ballo e alla figura del dj. Video 2: il piatto Technics 1200 turntable è considerato da molti teorici ed addetti ai lavori come la vera rivoluzione tecnologica alla base dell’arte del mixaggio.

Il dj è nucleo di una costellazione di valori, etichette, atteggiamenti. Il dj incarna una cultura. La dj culture ha i suoi spazi rituali: il club, la discoteca, il rave.
La cultura della musica elettronica, dance e non solo, si distacca dalla nozione di sottocultura giovanile legata alla distinzione di un gruppo: è più onnicomprensiva. Per alcuni versi, attraversa i confini di classe. I rave e i party illegali mostrano maggiore volontà di inclusione verso ‘il basso’. Ma non regge una generalizzazione. Esiste un gran numero di varianti della musica dance. Ognuna ha le sue strutture e regole.
Il concetto di dj culture ha senso se si assume la cultura della musica dance come non omogenea e molteplice. La cultura del dj attraversa distinzioni sociali ed etniche, ma pubblici differenti frequentano diverse serate e diversi eventi. La musica discrimina, così come la location, il prezzo dell’ingresso, il modo giusto per vestirsi.
La musica (acid)house e rave si è ramificata e contaminata sottilmente in tanti sottogeneri, scene, modi di produrre ed ascoltare. Difficile assumere UNA dj culture. È una realtà plurale.
La dj culture affonda le sue radici nei club in città così come nei rave party nascosti tra i boschi e nei festival all’aria aperta. Dai dancefloor estivi di Ibiza allo spiritualismo dei party Goa nutriti di valori antioccidentali.
Le musiche elettroniche, quelle suonate dai dj, sono centro di pratiche di aggregazione legate ai luoghi della loro esperienza collettiva e individuale.
Estetiche, tecniche e forme di socialità si intrecciano.
Nel circuito dei club, durante la transizione dalla disco music alla house, il DJ da selettore e manipolatore di dischi come era ancora in parte concepito, è stato riconosciuto a tutti gli effetti produttore e parallelamente il giradischi ha acquisito statuto di strumento musicale.
L’evoluzione della figura del dj ha posto nuovi valori. Il dj è l’artista di un suo mondo musicale. La musica elettronica del vivo dimostra che la vera arte risiede nel "mix". Il dj è un nuovo tipo di artista-autore per cui l’operazione di ‘SELEZIONE’ diventa fondamentale: crea musica in tempo reale mixando delle tracce musicali preesistenti, manipola e genera suoni con strumenti elettronici.
Video 3: Jeff Mills è da considerarsi uno dei maggiori esponenti dell’arte della selezione in ambito techno. ‘Exhibitionist’, DVD uscito nel 2004, è un filmato visualizzabile in tre differenti punti di vista che illustra meglio di molte parole il DJ mixing.

Il nuovo prestigio culturale che il dj ha acquisito negli anni Novanta si può collegare direttamente all’ascesa della cultura dei computer. Il DJ ne esemplifica la logica basata sulla selezione e sulla combinazione di elementi preesistenti. Il DJ mostra i potenziale di questa logica nella creazione di nuove forme artistiche. La selezione non è un fine in sé. L’essenza dell’arte del DJ sta nella capacità di mixare elementi selezionati in modo ricco e originale.
Il club, tempio del dj, ha saputo così evolversi dalla semplice funzione di discoteca offrendosi al pubblico come laboratorio di nuova musica. Nel corso degli anni Novanta la musica elettronica dance si è mossa oltre le convenzioni della club culture trovando altri spazi di fruizione, dai festival ai musei, ai grandi eventi dance nelle arene.
Video 4: il Sonar di Barcellona, un evento che dalla metà degli anni novanta ha scritto la storia della musica avanzata.

Il dj-produttore è prodotto.
DJ CULTURE significa che il dj è oggetto e prodotto culturale.
Le forme produttive emergenti nell’ambito delle musiche elettroniche dance hanno visto il riconoscimento di statuto artistico e sviluppato parallelamente un forte impulso commerciale.
Oggi i grandi eventi dove le star sono i dj sono simili ai concerti rock mentre la scena musicale elettronica si è caratterizzata in un primo momento come senza volto. L’industria coltiva uno star system parallelo a quello pop-rock mainstream e promuove grandi eventi simili a quelli pop dove la star è il dj.
Video 5: Il Sensation White è un evento dance annuale, al quale partecipano oltre ai più famosi DJs della scena mondiale, anche 40.000 persone rigorosamente vestite di bianco, ospitate dallo stadio Amsterdam ArenA. È regolarmente riproposto ad Amsterdam ogni anno, ma dal 2005 la ID-T, società organizzatrice leader nel campo, ha iniziato a pianificare l’evento anche in altre città europee, con il preciso obiettivo di estendere il "fenomeno Sensation" a tutto il mondo. (fonte Wikipedia. URL)

I dj sono marchi ed i frutti del lavoro promozionale si trasferisce su una serie di dischi, mentre i pubblici sviluppano precise aspettative. Questo entro un’industria nata con il manifesto ideologico dell’anonimato rappresenta un riconoscimento da parte dei proprietari delle etichette, dei promotori e di dj dei loro interessi economici.
Ma la disponibilità degli strumenti ad un costo accessibile alla massa vede l’industria del dj convivere con una galassia di produttori indipendenti. Ogni collettivo, produttore e dj è una cellula nella grande macchina cerebrale collettiva elettronica, di cui è una piccola ma influente sinapsi e menti affini proliferano sentendosi parte di un network globale di artisti o produttori culturali.
La musica elettronica, la cultura del club e tutto quello che vi ruota attorno hanno sperimentato uno sviluppo impressionante che ha trasceso i loro canali abituali, popolando, arricchendo e inserendosi in contesti molto diversi, come il cinema, la pubblicità, le comunicazioni, contaminando altre pratiche artistiche e in generale l’industria dell’intrattenimento.